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Messico del
Nord e Baja California 2011
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Vista
di Guanajuato dal Mirador San Miguel
2 note di commento
Il viaggio si è svolto
tra dicembre e gennaio, temperature ottime di giorno, fresco quando non
freddo di notte in quota.Tutti i costi riportati sono da intendersi a
persona quando non specificato. Un € valeva nell’inverno 2010/11
indicativamente 16,5 pesos. I bancomat sono in tutte le città, non
abbiamo mai avuto problemi a ritirare contante, i Bancomer hanno
comissioni più basse delle altre banche. In Baja California quasi tutti
vi si rivolgeranno in inglese, quindi penso che nessuno avrà problemi, ma
cercate di parlare con tutti nella loro lingua, almeno un accenno visto
che 2 parole dovrebbero essere alla portata di tutti, vi renderà molto più
simpatici ed accettati, anzi se parlate con fluenza il castillano sarà
facile che vi inizieranno a coinvolgere in lunghe chiaccherate ed offrirvi
di tutto. Le prese di corrente
sono quelle di tipo americano, quindi occorre un adattatore che potrete
trovare ovunque, la copertura per i telefoni cellulari è diffusissima,
del resto i messicani son sempre al telefono. Le postazioni internet son
numerose (costo da circa 10p all’ora in continente ai 20p della Baja),
anche se ormai quasi tutte le strutture alberghiere mettono a disposizione
il wi-fi gratuito (in castilliano trovere la scritta internet in alambrico),
qualche ostello ha però alcune postazioni fisse a disposizione, ma
rispetto a qualche anno fa questa soluzione si sta esaurendo. Le infinite
compagnie di trasporti alla fin fine si riducono a pochissime capogruppo,
quindi per i grandi spostamenti non c’è quella scelta enorme che pare
vedersi dalle tante scritte diverse sui bus, ma i collegamenti sono
infiniti per ogni destinazione. Nel nord non c’è quasi mai bisogno di
prenotare in anticipo, pochi i viaggiatori incontrati, come per trovare da
dormire, mai fissato nulla prima e sempre trovato con facilità estrema,
anche se l’abitudine di incontrare gente che offra l’alloggio alla
stazione dei bus nel nord non è diffusa, a parte a Creel all’arrivo del
treno. In generale abbiamo mangiato sempre molto bene a cifre
contenutissime, privilegiando strutture locali su consiglio degli abitanti
del posto. Il problema dei narcos, perquanto mai visibili e mai alle prese
col creare problemi agli stranieri è però forte, in alcuni casi non
abbiamo trovato guide disposte a portarci in alcuni luoghi, ed in alcuni
posti i controlli fanno perdere parecchio tempo, anche perché è palese
che non incontreranno mai nulla in quella maniera, pare più un
giustificare la funzione dell’esercito che altro (anche perché tutti vi
narreranno della corruzione a livelli altissimi delle forze
dell’ordine). La visita parziale e di alcuni luoghi specifici della
capitale è conseguenza di altri passaggi precedenti nel DF. Passai da qui
nel 2002, ora ritrovo l’effigie di Frida Kalho e di conseguenza Diego
Rivera in ogni dove (quella di Frida anche sulla banconota da 500p), solo
meno di 9 anni prima non era assolutamente così, una rivalutazione
incredibile.
1° giorno
Volo Iberia da Bologna, ma
al check-in qualcosa non va, siamo fermi e veniamo ad imparare che ci sono
problemi ai macchinari dei raggi X, così partiamo con 2 ore di ritardo,
mantenendole tutte all’arrivo a Madrid (2:20’, servono solo acqua e a
scelta biscotti o noccioline). La coincidenza non la perdiamo viste le 4
ore a disposizione anche se lo spostamento dal terminal dei voli europei
(4) a quello degli intercontinentali (4S) richiede circa
30’
, ma sempre con un volo Iberia (12:30’, con 3 pranzi/snack) arriviamo a
Ciudad de Mexico (per tutti DF) senza bagagli. Lasciamo come tanti le
identificazioni degli zaini e ci avvisano che ci avrebbero ricontattati
per segnalare il posto dove farceli consegnare (chi avesse già una
prenotazione può lasciarla subito). Le procedure per uscire dall’aereoporto
senza bagagli son velocissime, e con la metro (al costo irrisorio di 3p)
dopo 4 cambi di linee arriviamo allo Zocalo per cercare un posto all’Hostal
Moneda, luogo centralissimo, comodo e festaiolo, dove se si sta almeno 3
notti si pagano 155p a notte, comprensivi di colazione e cena (non
attendetevi però specialità locali). All’ostello forniscono
asciugamani, sapone, lenzuola e panni (comunque per quello consiglio
sempre di “ritirare” quello della compagnia aerea), altrimenti sarebbe
stata dura senza praticamente nulla. Ovviamente dall’aereoporto non
richiamano per sapere del nostro accomodamento, ma lo davamo per scontato.
Sulla bella terrazza, dove cenare e colazionare, ci sono postazioni
internet gratuite, oltre alla console per le feste organizzate di venerdì
e sabato sera. Ma per oggi può bastare, tra il viaggio, la problematica
zaino non arrivato e le 7 ore di fuso si può andare a dormire (festa in
terrazza permettendo…).
Tramonto
a Mazatlan, con sullo sfondo il traghetto per la Baja California
2° giorno
Colazione in ostello sulla
terrazza (dalle 7:30 alle 10, salire 4 rampe di scale a 2200m senza
acclimatamento si fa sentire, ma nessun problema), poi dopo aver saputo
dall’aereoporto che non c’è traccia degli zaini cominciamo la visita
del DF. Siamo appena dietro al Templo Mayor (51p), conosciuto anche come
Tenochtitlan, ovvero il centro sacro della vecchia città azteca, il km
zero della loro civiltà considerato il centro del mondo. Gli spagnoli
rasero al suolo tutto per costruire la grande cattedrale, il tempio è
stato rinvenuto solo nel 1978 ed i lavori fervono ancora, ma quello che si
può vedere, compreso il magnifico museo, è già sufficiente per rimanere
meravigliati e per maledire i conquistadores. All’interno del museo si
trova la mostra temporanea Moctezuma II, banale dire che sia molto
interessante, ma al di là di tutto il museo vale una visita solo per la
enorme pietra rappresentante Coyolxauhqui, la cui vista migliore si ha dal
secondo piano del museo. Miti e leggende, tombe e riafforamenti del
momento, una visita qui richiede comunque tempo, diciamo 4 ore in
tranquillità. Usciti dal Templo Mayor basta attraversare la strada per
entrare al Palacio Nacional, quello per intendersi dei murales più
celebri di Diego Rivera. In occasione dei 200 anni dal grido
dell’indipendenza e da 100 dalla rivoluzione tutto il Messico è tirato
a festa (ed il confronto coi 150 anni dell’unità d’Italia impietoso a
loro favore) , ed entrare al palacio è come ripercorrere e rivivere la
storia di questi 200 anni, anche se poi questa situazione si riproporrà
in ogni posto, con tante iniziative sempre seguitissime dai messicani,
segno che la storia può far cultura ed anche economia. Entrata gratuita
ma 10p per il guardaroba (non si può entrare con zaini e borse, macchine
fotografiche sì ma non si usano al chiuso), filmati sulla storia, museo
molto interessante ed i murales che ormai sono un’icona della nazione,
altra visita che ci rimette direttamente nella storia più profonda ed
intensa. Immagini anche crude, come l’esposizione dei crani di Hidalgo
(il prete visionario autore del grito
dell’indipendenza, la cui campana potete mirate qui, traslata da Dolores
de Hidalgo), Allende, Aldama e Jimenez, ma immancabili in una visita
durante gli anniversari messicani, y ¡Viva
Mexico! Nel tardo pomeriggio lungo avenida 5 de mayo ci rifocilliamo al
Cafè Popular (56p), prima di intraprendere un giro a piedi nella parte a
nord est dello Zocalo, passando da Plaza Santo Domingo e dal Palacio y
Museo Inquisicion (50p) che nella sede storica della inquisizione spagnola
(durata fino al 1812) fa rivivere i terrori dell’epoca. Visita
evitabile, è tutto rifatto e nemmeno bene. Continuiamo per il Mercado
Abelardo Rodriguez dove si trovano altri interessanti murales di Diego
Rivera, lungo le scale che conducono al piano superiore dove si trovano
solo uffici. A quel punto, senza nessuna notizia degli zaini iniziamo a
procurarci un po’ di cose almeno per lavarci, girando per qualche
supermercato sempre nella zona attorno a Calle Moneda. Cena in ostello
(dalle 19 alle 20:30, ma arrivte subito oppure restano solo scarti di
cena), qualità decisamente scarsa e per nulla tipica, ma visto il tutto
compreso ci adeguiamo. Di giorno temperatura ottima per poter girare a
lungo a piedi, di sera occorre coprirsi, sceso il sole non si arriva a 10°.
Nella nottata festa grande sulla terrazza, ma all’orario della movida
siam già crollati.
3° giorno
Colazione all’ostello in
terrazza, solita telefonata all’aereoporto senza nessuna notizia quindi
partiamo per visitare i giardini galleggianti di Xochimilco. Per arrivare
con la metro andiamo fino a Tasqueña e poi col tren ligero (3p, a fianco
della metro) fino al capolinea di Xochimilco (dallo Zocalo servono oltre
90’
, segnalo agli appassionati che si passa a fianco del gigantesco stadio
Azteca). Un tempo il DF era un lago che terminava proprio a Xochimilco,
poi venne in parte bonificato dagli spagnoli (e la città ora sprofonda
creando grandi disagi) lasciando aperti i canali di questa zona. Il giro
da queste parti è diventata una della maggiori attrazioni per gli
abitanti della capitale perché permette di prendersi una pausa di relax
nella confusione della città e vedersi un luogo simpatico. Ci sono
svariati imbarcaderos per le trajineras, piatte imbarcazioni coloratissime
adatte a starsene in ozio, spinte da un palo che funge da pala ma che in
realtà dà la spinta sul fondale (e che costa un capitombolo a rischio
volo in acqua al nostro marinaio). Le imbarcazioni costano 200p ad ora,
dipende poi quanto si voglia starsene in giro, ci si può salire anche in
20, sovente sono fiestas ambulanti, e si viene affincati da trajineras di
marichi, di venditori di fiori, bibite, cibo, e si sbatte con tranquillità
tra una e l’altra. Dopo 2 ore di giro, avendo visto alcuni canali e
flora e fauna del posto riprendiamo il tren ligero e da Tasqueña un bus
(4p) per Coyacan, un tempo luogo a parte della città, ora inglobata
all’interno ma con un fascino tutto suo, meta di grandi visite per via
della casa natale di Frida Kahlo e per quella di Leon Trotsky nel suo
esilio finale. Lungo le strade del centro si trovano tanti comedores,
pranziamo al banco del Ferrus (41p) e poi ci immergiamo nella vita
bohemiene del posto per far tappa alla Casa Azul, ora museo Frida Kahlo
(55p, comprensivi dell’ingresso a Anahuacali, la casa tempio fatta
costruire da Diego Rivera). Visita alquanto interessante, direi
assolutamente da non mancare, poi con nella testa la storia/leggenda
dell’avventura segreta tra la pittrice e Trotsky è d’obbligo arrivare
al museo dell’eroe della rivoluzione russa, colui che comandò
l’armata rossa durante la rivoluzione d’ottobre. Per chi si stupisce
della presenza del sovietico da queste parti, occorre dire che subì come
tutti le ingerenze di Stalin, (in un’illustrazione presente nel museo
emerge come nel 1940, anno della morte, dei personaggi di spessore dal
1920 solo lui e Stalin erano ancora vivi, e lui ancora per pochi
giorni…) dovette uscire dal suo paese e dopo un lungo errare gli venne
accordata la possibilità di ripare in Messico dall’allora presidente
Lazaro Cardenas (lo stesso che ospitò vari giocatori del Barcelona
durante la guerra civile in Spagna). Ovviamente questo museo è molto più
angusto di quello di Frida Kahlo, ma permette di capire tante cose
sull’esilio di Trotsky, che qui trovò la morte datagli da un agente di
Stalin con una picozza. Il personaggio si chiamava Ramon Mercader, e
giusto come nota di colore era il fratello della moglie di Vittorio De
Sica. Continuiamo la visita di Coyacan e rientriamo verso la metro
attraversando gli immensi Viveros, o meglio, il parco dei vivaisti. La
metro ad ora di cena è un muro di gente, nonostante il numero incredibile
di corse che si susseguono, ma visto il prezzo irrisorio e le
problematiche del traffico su ruota (bloccata a giorni alterni a seconda
dei numeri di targa e non pari o dispari..) si capisce il perché.
Rientriamo per cena all’ostello, in serata c’è musica ma non tanta
gente come la sera precedente, ed i nostri zaini continuano a non vedersi.
Aquile
di mare alla Laguna Ojo De Liebre
4° giorno
Colazione all’ostello in
terrazza, poi dopo aver saputo che gli zaini dovrebbero essere arrivati in
aereoporto o forse stanno arrivando, decidiamo di andarceli a prendere
(nella speranza che ci siano) per poi partire verso nord. All’aereoporto
ci fanno entrare senza grossi problemi alla zona bagagli, nessuno sa nulla
e non si vedono, ci dicono di provare a salire all’ufficio Iberia per
avere maggiori informazioni, ma uscendo (senza nessun controllo, siamo
quelli dei bagagli vien urlato ai doganieri…) appoggiati in un angolo li
scorgo e li recuperiamo notando che sono stati aperti, controllati e
richiusi. Ma è già tanto averli trovati, così possiamo partire senza
perdere tempo, rispettando l’idea originale. All’aereoporto c’è un
piccolo terminal dei bus, per nostra fortuna un bus PrimeraPlus parte per
Querétaro (256p, 3h) e nonostante la tariffa sia molto più alta dello
standard decidiamo di prenderlo per non perder tempo. I controlli sono
incredibili, stile imbarco aereoportuale europeo, con consegna di un kit
cibo e ripresa filmata di ogni passeggero a bordo, il tutto per la
sicurezza dei viaggiatori nei confronti degli zetas (i narcotrafficanti),
in realtà per giustificare un prezzo più alto da parte della compagnia.
A Querétaro si arriva via autostrada, ad accogliere la gente un’enorme
bandiera del Mexico vicino alla Central Camionera (il terminal dei pulman).
Con un bus (6p) arriviamo in centro e troviamo da dormire presso Hostal
Diamante (175p, posto molto bello, con internet in alambrico), ma iniziamo
subito la visita della città, teatro dell’indipendenza 200 anni fa,
quando Miguel Hidalgo incontrava qui altri cospiratori pronti a dare la
vita per l’indipendenza. Ovviamente tutto è tirato a festa per
l’evento, ci giriamo piazze e piazzette, il clima è più caldo che al
DF e c’è un mare di gente ovunque. Proviamo ad organizzare una
spedizione che comprenda Sierra Gorda e Huasteca Potosina, ma il passaggio
tra un luogo e l’altro non lo vuole fare nessuna guida per paura degli
zetas, così dopo un lungo contrattare decidiamo di fissare per il giorno
dopo solo una visita alla Sierra Gorda. Riprendiamo la visita fino al
mirador che da sull’acquedotto (se ne vede un tratto ad archi di oltre
un km) costuito dagli spagnoli, o come meglio dicono i queretareños,
progettato dagli spagnoli e costruito dalla gente del posto. Leggenda
narra che fu fatto per volere di un generale spagnolo innamorato di una
monaca del convento in città, sprovvista di acqua il conquistadores diede
ordine di portarla al convento e di conseguenza alla città. Scende presto
la sera qui ma la città rimane piena di gente, si cena all’aperto e
scegliamo
La Mansion
de San Marcos (165p) in Plaza de
la Corregidora
, attratti dalla parillada che però si rivela di qualità non eccelsa,
anche se confrontata con la cena dell’ostello del DF è pur roba di alto
livello. La città illuminata a festa in ottima maniera regala viste
splendide dei palazzi di epoca coloniale, Querétaro era una delle città
dell’argento, luogo importante per gli spagnoli dove costruirono
importanti palazzi ancora ben conservati. Come già intravisto nel DF, qui
in città ma anche nelle immediate periferie si vive bene, tutte quelle
notizie che arrivano a proposito delle paure e miserie del Messico cadano
velocemente, come ci accadrà di constatare anche nel prosieguo del
viaggio, a differenza della campagna dove la vità è ancora durissima.
Altra cosa notata da subito, qualsiasi posto dove mangiare o bere è
sempre fornito di amuchina in gel per i clienti (anche nei comedores in
strada o nei mercati), una chicca che da noi non esiste.
5° giorno
Partenza alle ore 7 per
la Reserva
de
la Biosfera Sierra
Gorda con Rogelio, guida della Sierradventuras (il tour costa 1.200p, da
divedere per il gruppo che si riesce ad organizzare, fino a 8-9 persone è
fattibile).
La Reserva
si trova nel mezzo di una zona aspra ma è verdissima e coperta di
foreste, il viaggio da Querétaro necessita di 3 ore per arrivare a Pinal.
Prima però passiamo da Bernal dove ammirare
la Peña
, il terzo monolite al mondo, che domina il tranquillo pueblo dall’alto
di oltre 350m. Sosta a
La Estacion
per una ricca colazione da Peña Blanca (21p) a base di gorditas, che sono
tacos molto spessi riempiti a piacimento con uova, salsiccia, barbacoa,
stufati vari o verdure di ogni tipo, sembra un qualcosa di pesante ma qui
tutti fanno una colazione nutrientissima. Prima di Pinal carichiamo un
campesino amico di Rogelio che servirà per muovere la camioneta, visto
che il nostro percorso sarà solo di andata. La guida (atletica ai massimi
livelli, compie gare di corsa nella foresta fino ad 8 ore, roba da
Tarahumara) ci fornisce anche i bastoncini per camminare visto che ci
muoveremo prevalentemente in discesa, ma alla fine non vengono quasi mai
utlizzati. Dovremo percorre circa 12-15km, partenza tranquilla così
iniziamo a sentire i racconti della guida sulla vita da queste parti, un
luogo da pochissimo scoperto dai viaggiatori, e visitato in pratica solo
da questi, rare sono le visite degli abitanti locali. Prima di metà
percorso c’è l’unica salita dura del cammino (nel bel mezzo di tanti
maguey, la pianta da cui si ricava il distillato per tequila e mezcal),
lungo un sentiero ampio e regolare, mentre la seconda parte, meno battuta
è più brigosa perché coperta da molte foglie e radici. Quando
raggiungiamo il Rio Escanela è tempo per rifocillarsi (occorre portare
tutto con se da prima della partenza, non si incontra nulla lungo il
sentiero), poi lo risaliamo all’interno di uno stretto cañon usando
delle mensole messe come appoggi a mezz’aria, tutto molto bello ma poco
pratico e non adatto a chi soffre di vertigini. Dopo questi passaggi si
iniziano vari attraversamenti del fiume su sassi mobili per raggiungere
una cascata e grotta, ma vista la situazione che prevede inevitabilmente
di cadere in acqua io mi fermo attendendo il ritorno degli “eroi”. Nel
frattempo mi imbatto nei lavoratori degli impianti idrici che devono
guadare ogni giorno il fiume immergendosi fino al collo e poi farsi a
piedi una lunga risalita sulla statale (oltre 1h di cammino), per loro
fortuna oggi passiamo noi con una camioneta quasi vuota e riusciamo a
stiparne quasi una decina. Sarebbe stato molto bello continuare la
perlustrazione della Sierra Gorda fino alla Huasteca Potosina ma ahimè
dobbiamo rientrare perché il percorso è ritenuto a rischio Zetas, e così
quando il sole è già sceso entriamo in città coi primi acciacchi a
ginocchia e caviglie che si fanno sentire causa le tante ore di discesa
continua (per circa 1.300m. di dislivello). Pranziamo in un ristorante
indigeno di fronte alla Alameda, il nome Al Mar dovrebbe chiarire il menù
anche se siamo in piena montagna ed in effetti ceniamo a base di ottimo
pesce spendendo pochissimo (95p), mentre il titolare passa l’intera
serata ad intagliare una enorme radice. Sentendo che siamo italiani ed
avendo una figlia che vive in Toscana ci chiede conferma dei tanti
problemi che attanagliano l’Italia, cosa di cui si parla in Mexico
quando si parla di Italia.
Nel
mezzo di uno stormo di uccelli alla Hitchcock
6° giorno
Di prima mattina lasciamo
l’hotel per prendere un autobus destinazione central camionera. Visto
che non ne passano, un ragazzo del posto ferma un taxi e ci dice di salire
anche a noi, lui scenderà prima e dà indicazioni all’autista di
portarci al posto delle partenze per S. Miguel de Allende, il tutto senza
volere un solo peso. Con un bus Coordinados (50p,
75’
) raggiungiamo la cittadina new-age o beatnik di S. Miguel de Allende, che
deve il nome a S. Miguel, frate francescano fondatore del primo
insediamento, ma soprattutto ad Allende che con Hidalgo è ritenuto uno
dei fautori del Mexico indipendente. Il terminal è fuori città, con un
bus (4,5p) raggiungiamo il centro e facciamo tappa nella splendida (come
la sua titolare, peraltro) Posada S. Ana (225p), iniziando subito la
visita della cittadina, coloratissima, piena di gente soprattutto
statunitensi che vivono qui (non in Mexico, proprio qui, la città ne è
piena) ma soprattutto tranquillisima anche se alcune piazze del centro son
piene di negozietti con prezzi non da sierra mexicana. Ma lungo
Insurgencias facciamo un pranzo tonico (55p) e dopo aver visto i vari
templi, chiese, l’oratorio S. Felipe Neri e le piazzette è tempo per
raggiungere uno dei celebrati stabilimenti termali nei paraggi. Dalla
central camionera si prende qualsiasi bus (7p,
15’
) con destinazione Dolores Hidalgo, l’autista ci indica la fermata più
prossima a
La Gruta
(90p, da pagare alla cassiera intenta a stirare…), che dista solo 200m
dalla statale ed è per giunta il più caratteristico. Fornito di
armadietti dove riporre la roba senza costi aggiuntivi, si passa poi alle
sue 3 piscine calde ed alla particolarità che lo fanno il più attraente
dei tanti in zona (anche se nei fine settimana il più caotico) un lungo
tunnel di quasi 30m che immette in una grotta dove un caldissimo getto di
acqua fa da idromassaggio naturale, mentre vi troverete in una specie di
bagno turco immerso nell’acqua. Una sensazione fantastica, poi essendo
giornata infrasettimanale non c’è praticamente nessuno e non ci sono
file o addirittura persone nella grotta. Non si vorrebbe mai uscire, ma al
calar del sole chiudono e quindi occorre ritornare sulla strada ad attende
un bus per il ritorno, che passa dopo pochissimo tempo (7p,
10’
). Un salto alla posada per una doccia (ci sono anche alle terme, ma le
acque della doccia odorano di “terme” anche loro), poi rimiriamo con
l’illuminazione notturna la vivissima S. Miguel. Qui è pieno di
ristoranti di alto livello, ma noi ovviamente ripieghiamo su di un El
Infierno (90p) che serve piatti locali ottimi ed abbondanti, fatti al
momento perché a parte 2 ragazzi amici dei gestori non c’è nessuno e
cucinano solo per noi. Col benessere delle terme e con la tranquillità
del suo centro storico è facile comprendere il perché S. Miguel sia
stato scelto come luogo dove addolcire l’inverno da tanti statunitensi
alternativi.
7° giorno
Colazione in una
fornitissima panaderia in calle Relox (12p) e caffè da Dolphy (12p) in
piazza centrale, uno dei pochi aperti verso le 7, poi col bus raggiungiamo
la central camionera per andare a Guanajuato con Omnibus del Bajio (73p,
90’
). La central è molto fuori dal centro, occorre un lungo giro col bus
(5p) per arrivare in zona centrale, e lo si fa percorrendo i tunnel
sotterranei costruiti nel mezzo del vecchio percorso del fiume Guanjuato,
deviato ad inizio ‘900 a seguito di una disastrosa alluvione. Emergiamo
dai sotterranei in zona del Mercado Hidalgo e troviamo subito da dormire
all’Hotel Central (225p), con spazi ampi in una camera decadente con
terrazza sulla via principale (da qui in poi troveremo l’indicazione
“regadora” in tanti alberghi, che starebbe non per l’annaffiatoio ma
per disponibilità di doccia senza affitto di camera). Simbolo della città,
visibile in migliaia di salse differenti, è
la Calavera Catrina
, scheletro femminile a rappresentare la morte, figura celeberrima ed
osannatissima per i messicani, rappresentata nell’esecuzione dello
scultore Josè Guadalupe Posada. Lasciare Guanajuato senza un suo souvenir
nella più amabile delle reinterpretazioni è quanto di più offensivo si
possa fare! La cittadina, una delle più celebri delle città
dell’argento, appare immediatamente splendida, costruita sui due lati
del canyon che la attraversa, coloratissima e piena di gente che si sposta
tra i tanti negozi, locali, posti storici e vedute incredibili. Luogo
celebre per le vacanze dei mexicanos, è piena all’incredibile di gente
e percorrere la stretta e tortuosa avenida Juarez/Obregon è un’impresa.
Iniziamo a perlustrare il centro storico passando dal Callejon del beso,
la via più stretta del mondo, dove il balcone di una facciata finisce nel
muro dell’altra, notando come l’eroe sia Cervantes ed i suoi Don
Quijote&Sancho Panza, qui ogni ottobre si tiene un importantissimo
Festival Cervantinos ed in occasione dei 200 anni dall’indipendenza la
città è stata sede dell’expo e culla della cultura del mezoamerica,
cosa che emana da ogni pietra, non fosse per la presenza pesante ed
invadente della polizia in ogni dove in assetto da guerra. Da dietro il
teatro Juarez saliamo col funicolar (15p) al Mirador San Miguel da dove la
vista è favolosa. Di fronte e sotto di noi sorge una coloratissima ed
incredibile città che sale e scende dai suoi tanti cerros, una
vista che nel sole costante e senza nuvole del Mexico (ma non era
Messico&nuvole?) “costringe” ad un numero infinito di scatti
fotografici. Non fosse per la mancanza del mare, la visione riporta alla
mente quella della fantastica e decadente Valparaiso in Cile, anche se qui
sembra tutto in fermento ed espansione mentre là tutto in
ridimensionamento forzato a causa del canale di Panamà che le ha tolto il
passaggio di ogni nave commerciale. Scendiamo a piedi per visitare la
parte est della città (dove si trova il museo di Cervantes, iconografico
del Quijote) ritornando in centro per una via più a nord della principale
che dopo tante piazzette che quasi sembrano finte ci porta alla casa
natale di Diego Rivera (20p), ora monumento nazionale ma va ricordato che
al tempo il pittore era persona non grata nella sua città inquanto
bolscevico. Ora ovviamente fa molto comodo all’economia locale esibire
questa interessantissima casa/museo che ospita anche mostre temporanee
come quella apprezzabilissima presente al momento di Jazamoart. In plaza
S. Fernando facciamo tappa per un refrescos poi iniziamo la visita della
parte più a ovest che ha come caposaldo
la Alhondidas
de Granadies (49p), luogo simbolo dell’indipendenza, dove avvenne la
prima vittoria contro il potere spagnolo degli indigeni locali guidati da
El Pipila, ma dove nel prosieguo della guerra di liberazione vennero
esposte ai quattro lati come monito futuro le teste dei leader caduti, fra
cui Hidalgo. Dopo aver fatto sosta in un intenet point (10p x ora, con a
fianco un personaggio intento a cercare svendite di armi…), visitiamo il
grande mercato Hidalgo per far tappa a cena al Rest. TicTac (120p) dove
assaggio la zuppa locale, il pozole rojo con carne e mais, oltre
ovviamente ad una grande portata di bistecca alla tampiqueña. La signora
che gestisce il locale mi fa notare la differenza tra l’ordinare acqua
minerale (quasi solo gasata) da quella in bottiglia (una sorta di
microfiltrata, sovente marche legate alla CocaCola) oppure purificata da
loro. Tra le seconde due non c’è in pratica differenza, prezzo a parte.
La sera, con temperatura che necessita almeno di una felpa, è ideale per
vedersi con più calma e molta meno gente la splendida città, ben
illuminata e sempre gradevolissima, peccato solo che la miniera più
celebre si trovi ben al di fuori dalla città e necessiti di più tempo
per visitarla.
Sito
di La Quemada, stato di Zacatecas
8° giorno
Colazione abbondante al
Mercado Hidalgo (25p) e col bus ci dirigiamo alla central camionera dove
impariamo che per andare a San Luis de Potosì non c’è un collegamento
diretto ma occorre andare a Leon con bus Metropolitano (40p,
45’
) e poi con PrimeraPlus (185p, 3h) raggiungere la capitale dell’omonimo
stato. La central è fuori dalla città, con un bus (5,80p) raggiungiamo
la ex stazione dei treni dove si trovano tanti hotel economici di livello
veramente basso. Scegliamo l’hotel
Estacion (50p), basico all’ennesima potenza, per poi dedicarci subito
alla visita della città, grande città che a parte piazze su piazze ed
alcuni palazzi coloniani non ha nulla di rilevante da regalare ai
viandanti. Inoltre molti musei/tempi sono chiusi, riusciamo a vedere solo
il museo del Virreinado (15p, vicereame spagnolo), alquando deludente, ma
viste le premesse non ci attendevamo altro. Tempo per degustare le famose
paletas (ghiaccioli di crema o acqua a gusti incredibili) e per notare che
anche il parco dell’alameda non presenta nessuna attrattiva. Così dopo
un veloce giro in internet (8p x ora) ci dirigiamo nella zona nord-est del
centro immersa in un infinito mercato che fa perdere l’orientamento. Non
che si siano cose imperdibili, ma lasciarsi trasportare nella baraonda fa
molto Mexico, in una parte del mercato ci si imbatte anche in
pseudovetrine stile Amsterdam, ma tutto molto tranquillo dove parlare col
salumiere o con la meritrice pare cosa quotidiana per i potosinos. Trovata
la strada per uscire da questo infinito luogo che si riproduce strada per
strada il difficile diviene incontrare un ristorante dove rifocillarsi,
così dopo un lungo peregrinare dobbiamo chiedere in giro info e ci viene
consigliato un posto dalle dimensioni pari al mercato, da poliziotti
locali, visto che altre persone non sapevano dove indirizzarci. Finiamo la
serata al Rest. Pacifico (150p), con una sopa de hongos muy rica ed il
solito piatto a base di carne di dimensioni da dinosauri. Rientriamo nel
tugurio della Estacion dove fuori dalla camera tipo prigione bulgara c’è
almeno una ottima e spaziosa doccia calda, la cosa migliore dell’hotel
presumibilmente privo di stelle (ma per l’equivalente di 3€ non ci si
può lamentare, anzi).
9° giorno
Colazione da Tacos Javier
con la solita (per il posto) barbacoa (19p), poi raggiunta la central
camionera con un bus locale prendiamo un pulmann Sendor per Matehuala
(160p, 2:15’) fermata intermedia per raggiungere Real de Catorce dove
andiamo con Tamaulipas (65p). Il pueblo magico di R14 sarà ai più famoso
perché è il luogo magico del peyote, quello che si vedeva nel film
Puerto Escondido di Salvatores, raggiungibile con un lungo e stretto
tunnel nel mezzo della desertica sierra. Lasciata la statale si inizia a
salire su di una strada acciottolata ed il bus si rompe, un problema alla
trasmissione lo mette fuori uso, ne attendiamo un altro più stretto che
sarebbe poi quello adatto a passare il tunnel Ogarrio che immette a R14.
Attendiamo circa
90’
, poi saliamo sul bus per arrivare in quota ed entrare nel tunnel di
2,5km, incredibilmente stretto, infatti il bus sbatte ripetutamente contro
le rocce nel buio totale, visto che a parte le luci del mezzo di trasporto
l’illuminazione è assente, ovviamente non c’è spazio per fermarsi e
il senso di marcia è forzatamente alternato. Sbuchiamo a Real de Catorce
nel pomeriggio inoltrato, la luce è incredibile a 2.750m in un luogo che
pare incontaminato, ed appena scesi si viene subito avvicinati per
passaggi a cavallo e posti per dormire. Troviamo rifugio nel
caratteristico Real de Alamos (250p, terrazza con vista splendida sul
tetto, posto per pranzare all’aperto indisturbati e per stendere i panni
lavati), non c’è riscaldamento ma tante coperte pesanti, mentre in
bagno la doccia è caldissima, ma visto il ritardo iniziamo subito a
perlustrare il pueblito e a fissare le escursioni dell’indomani, giorno
di natale. Il pueblo magico (il nome è dato dallo stato mexicano a tutti
i villaggi caratteristici) si gira tranquillamente a piedi, è pieno di
gente che fa una scappata in giornata ma anche abitato da personaggi da
film (vedi Rolando, italiano che attende la pensione e sverna qui da 17
anni facendo insaccati oppure la guida per chi va alla ricerca del peyote
nel deserto) che fanno base al locale saloon (sì, quello da farwest con
le porte ad ante) con prezzi contenutissimi per tutte le consumazioni (10p
per una birra, 6p per una cocacola in bottiglia). La vita qui, a parte il
discorso turisti, è dura, la natura la fa da padrona ed anche coltivare
un po’ di terra è un’impresa ardua. Ci dicono che la maggior parte
dei ristoranti è gestita da gente di fuori che preferisce far lavorare
loro compaesani (vedendo all’opera i catorceños non si può dargli
torto), e la miseria si fa sentire anche ai giorni nostri. Dir che il
luogo sia caratteristico è poco, il vecchio Mexico che torna alla
ribalta, incastonato in una valle inaccessibile, con colori splendenti e
stamberghe cadenti. Dal paese è visibile il vecchio villaggio fantasma,
in alto sopra al tunnel, ma ci andremo domani, ora facciamo un giro al
mercato e prendiamo accordi per un giro a cavallo per il giorno dopo. Una
splendida vista al tramonto la si ha dal lato opporto all’ingresso del
tunnel, nei pressi di una abitazione situata a strapiombo sul cañon,
colori, abiatazioni fantasma, cactus e montagne desertiche, il rifugio dei
briganti! La signora dell’hotel ci consiglia di cenare da Doña Anita,
troviamo la casa (perché non di ristorante si tratta) ed entriamo senza
capire se si possa mangiare o meno. Ci offre un pozole di certo buono ed
una bevanda, ma altro non ha, così lasciamo 35p e cerchiamo di finire la
serata in un vero ristorante visto che non tocchiamo cibo dall’alba ed
il freddo si fa intenso. Ci fermiamo alla Meson de
la Abundancia
(85p), nome che non tradisce le aspettative, al caldo del focolare in un
posto che fa parte di un hotel di pregio ma aperto a tutti. Come antipasto
ci danno da gustare i frutti dei cactus, marinati nella giusta maniera
sono proprio una specialità. Al calare della notte, quando la maggior
parte dei turisti locali ha lasciato il pueblito, la magia di Real de
Catorce emerge prorompente, si comprende a tutti gli effetti di essere in
un luogo fonte di energia non solo per i cultori del peyote ma per
chiunque voglia sentirsi in pace col mondo.
Come
si viaggia sulle Ford Willy da Real a Estacion de Catorce
10° giorno
Sveglia di buon mattino,
colazione alla Meson de
la Abundancia
(28p, dove Rolando ci racconta la sua storia, mentre beve un caffè
quotidianamente offerto dai proprietari del posto) e poi partiamo per
visitare il villaggio fantasma che si trova a circa
45’
di distanza lungo un percorso in salita. La vista che si apre dal sentiro
sul pueblo e sui dintorni pieni di cactus è un incanto, ma la vista
migliore si gode da uno strapiombo dentro al villaggio fantasma (10p). In
realtà di villaggi fantasma ne incontreremo più di uno girovagando nei
dintorni, ma questo è il più caratteristico per via della vista che
regala. Da qui si può fare un percorso circolare che porta sul crinale e
rientrare al villaggio passando dalla croce che domina Real de Catorce.
Dal primo villaggio fantasma si sale in direzione dei ripetitori, poi si
prende un sentiro sulla sx che declina pian piano dove occorre tenersi
sempre sul lato sx per ritornare verso la croce che però non si vede fino
all’ultimo. Se seguite sempre il sentiero principale finite per
allontanarvi, ma ad un certo punto bisogna scendere e da lì la croce sarà
visibile. Quello è il punto che permette di vedere al meglio il
villaggio, poi occorre scendere e le alternative son tante perché non
segnate e quindi “casuali”, ma vedendo sempre la meta non è un
problema. Noi tocchiamo terra nei dintorni dell’arena de toros, poi
rientriamo verso il centro cercando
la Palenque
de Gallos, l’arena per i combattimenti dei galli, aperta ma ovviamente
non più utilizzata. Saliamo nella terrazza dell’hotel giusto in tempo
per gustarci l’arrivo di una grande nuvola a coprire con effetto
lisergico tutto il paese, insomma non serve il peyote per volare in queste
lande. Riposati al sole mentre un gruppo di asiatici se ne sta in
contemplazione del medesimo, raggiungiamo Pedro, guida cavallerizza che ci
porterà coi suoi ronzini a El Quemado, una montagna di 3.000m che domina
il deserto sottostante. Pedro è stata la prima guida (sono tutte
identificate da una licenza che portano appesa al collo) ad offrirci il
giro a cavallo, fatica a farsi comprendere, ha occhi che guardano in punti
divergenti, non sa leggere e scrivere e ci sorge il dubbio che nessuno mai
lo ingaggi. Diciamo che ci siam fatti impietosire e gli abbiam dato
fiducia, lui viene al seguito a piedi, prova a raccontarci qualche storia
locale ma capirlo è un’impresa titanica, anche se alla lunga presa un
po’ la mano diventa quasi comprensibile. Occorre un’ora di cavallo al
passo per arrivare al luogo di accesso al El Quemado (20p), dove si sale
in
10’
, luogo sacro degli Huichol, i soli che possono consumare peyote
legalmente (il peyote è mezcalina, la cultura locale degli huichol si è
sempre nutrita di questo frutto della terra, ed annualmente fanno un
pellegrinaggio in questi luoghi in adorazione del dio sole consumando
appunto peyote). Dalla vetta di El Quemado la vista spazia sull’infinito
del deserto e su tutte le montagne della Sierra, i cactus presenti sono
incantevoli e liberano l’immaginazione fotografica. Questo è un luogo
bandito alla fretta, descansa y disfruta direbbe una delle più grandi
guide con cui son stato in escursione nella mia vita, e questo è quanto
facciamo quassù. Ma occorre rientrare prima che faccia buio, così pian
piano scendiamo a riprendere i cavalli e ritorniamo a R14 dove paghiamo
Pedro (150p, per 3h), però deve chiamare un amico per capire se i soldi
vadano bene e ci reimmergiamo nel villaggio che col sole già calato pare
avvolto in un freddo ben più pungete della sera precedende. E’ tempo
per scaldarci, tappa al Cafè Azul per un cioccolata in tazza (20p), dove
ci sono anche 2 netbook a disposizione per navigare in rete. Quando le
tenebre si son già impadronite del luogo visitiamo la cattedrale con una
sala stracolma di retablos, mentre la casa de la moneda che dovrebbe
essere restaurata da poco pare un rimasuglio del tempo aureo e nulla più.
Cenare è un problema, è il 25 dicembre e quasi tutto è chiuso, troviamo
solo il Monterrey (100p) che ha il cattivo uso di lasciare la porta aperta
e così nonostante il focolare il freddo invade la sala e la grigliata si
raffredda troppo velocemente. Perché il posto si chiama Real de Catorce?
Perché 14 furoni gli spagnoli uccisi dalla popolazione indigena nel
1.700, gli spagnoli venivano chiamati i reali e così il nome a monito
futuro, Reale dei 14. Il posto diventato importante per via dell’argento
pian piano è andato dimenticato mentre il prezioso minerale si esauriva e
perché il posto era troppo difficile da difendere e divenne un
nascondiglio ideale per i banditi ed in seguito per i rivoluzionari di
Pancho Villa. Il peyote ha ridato celebrità al posto negli anni ’80,
ora la vena aurea del tubero pare in decadenza, ma se passate di qua a
settembre, nel periodo di migrazione degli huichol, ci dicono che le feste
siano ancora un grandissimo evento e avrete la possibilità di immergervi
nella cultura di questa popolazione che vive nello stato del Jalisco.
11° giorno
Con grande tranquillità
facciamo colazione da Doña Chila (24p) con sabrosas gorditas, poi ci
giriamo per l’ultima volta R14 iniziando a contrattare con gli autisti
delle Willy un passaggio per Estacion de Catorce. Ci dicono di presentarci
in piazza alle 11:30, a mezzogiorno la prima jeep piena partirà
sicuramente. Così facciamo dopo aver incontrato ed augurato un grande in
bocca al lupo a Rolando, il passaggio costa 40p e dura approssimativamente
un’ora. Le Ford Willy sono vecchie jeep dei primi anni ’50, strette,
lunghe e con grande luce a terra, adatte ad un percorso accidentato come
quelle che dovremo affrontare, con 8 posti all’interno, anche se ad un
certo punto iniziamo a preoccuparci visto l’affollamento che si sta
creando. Partiamo in 22 sull’esile mezzo che pare aver visto giorni più
fausti, in 11 all’interno, 5 sulla ribaltina posteriore e 6 sul tetto
delicatamente appoggiati sui bagagli. Il sentiro scende, o meglio
precipita a strapiombo sul baratro, io dall’interno fatico a vedere lo
scenario spettacolare che ci circonda, tra
buche e pendenza il viaggio è particolarmente scomodo, ma è anche
l’unica maniera per non ritornare a Matehuala e guadagnare tempo, oltre
ad attraversare il deserto circostante. In qualche modo arriviamo sani e
salvi a Estacion de Catorce, un luogo che avrebbe fatto la gioia di Sergio
Leone, 2 binari che tagliano il nulla coi miraggi che avviluppano il
panorama, qui apprendiamo che il primo bus in partenza è pieno mentre il
seguente, previsto verso sera non ci permetterebbe di raggiungere
Zacatecas in giornata. Ci viene concesso di viaggiare in piedi, così
prendiamo al volo il biglietto per un bus Transportes Frontera (65p) che
si presenta con oltre un’ora di ritardo. Quando arriva, assistendo alle
incredibili manovre per stipare all’interno passeggeri e bagagli capiamo
al volo il perché del ritardo, ma partiamo e ci scambiamo sovente il
passo con un lungo treno merci (77 vagoni per l’esattezza, nel mezzo del
deserto è un passatempo anche contare questi pezzi…). Trovo da sedere
per terra, ho sul collo un enorme bagaglio e davanti una famiglia
messicana che per tutto il viaggio mangia patatine ed altri fritti misti
abbeverandosi a bottiglie di CocaCola giganti, ma non posso lamentarmi.
Arriviamo a San Tiburcio dopo
90’
, accorgendoci che si tratta di un incrocio lungo la ruta nazional
Zacatecas-Saltillo e nulla più. Alla fermata del bus per Zacatecas c’è
un giovane coppia che attende e ci sentiamo confortati visto che non siamo
soli quindi qualcosa dovrebbe passare, ma la lunga attesa non porta a
nulla. Rari pulman passano e nessuno si ferma, così dopo 2 ore di attesa
faccio un salto alla tavola calda di fronte dove apprendo dalla gestrice
che per oggi non ci dovrebbero più esser mezzi per Zacatecas, ne passerà
uno ma essendo un directo e non de paso non ci caricherà, soprattutto se
farà già buio. L’alternativa, visto che dormire sotto la pensilina non
è il caso causa freddo, potrebbe essere un hotelito presso un ranch nei
paraggi che lei conosce, ringrazio e faccio presente che a breve potremmo
rivederci. Ma incredibilmente il pulman Omnibus del Mexico si ferma dopo
che ci siam sbracciati in mezzo alla strada e ci carica, paghiamo
all’autista 150p (che immagino cadano nelle sue tasche dato che non ci
fornisce il biglietto, ma dobbiamo solo ringraziare) e dopo 2:30’
arriviamo alla central camionera di Zacatecas. Visto che è già tardi e
che non si vedono bus, chiediamo ad un taxista di portarci in centro
(30p), possibilmente presso un alloggio economico, e lui ci lascia all’Hostal
Margueritas (110p, con internet in alambrico ed uso cucina), centrale,
economico e praticamente senza quasi nessun ospite, unico problema
l’acqua calda, non essendoci praticamente nessuno la persona al banco
aveva già spento il boiler. Per cenare andiamo nella vicina Plazuela
Garcia e testiamo
la Taqueria Wendy
(120p), posto di gran moda, dove servono tacos ed enchiladas in ogni
possibile salsa (io le provo alla svizzera), ma dove il fritto vi
accompagnerà per lungo tempo intriso nei vestiti. Però il posto è molto
bello e trovare posto non facile, noi riusciamo perché in 2 e ci infilano
a fianco dell’entrata dove la temperatura si abbassa fortemente ai
2.450m di Zacatecas.
Vista
di Real De Catorce dal pueblo fantasma
12° giorno
Di prima mattina è tutto
chiuso, fortunatamente non
la Panificadora S.
Cruz a fianco della cattedrale (26p per una fantastica colazione), con un
bus (25p,
40’
) in direzione Villanueva (da Blvd Lopes Mateos) ci facciamo scaricare
sulla statale all’incrocio per il sito archeologico
La Quemada
, che si raggiunge lungo una laterale a sx a piedi dopo 2km di sierra
desertica. L’entrata costa 41p, la visita al museo 10p (compreso uso dei
servizi igenici diligentemente puliti), il posto è in leggera ascesa
perché domina l’intera vallata. Varie e differenti le storie legate a
questo sito che si apre dalla grande sala delle colonne, per accedere poi
ad un lunghissimo campo della pelota che termina con una splendida
piramide che ha sul lato sx una grande ed imperiale scala con accesso alla
parte superiore del luogo, ancora ben conservato. La vista spazia sul
territorio fino a perdersi, il sito è quanto di più interessante si
possa perlustrare nel nord del Mexico, fortunatamente son pochissimi i
visitatori e lo si può gustare in grande tranquillità. Se si vuole
arrivare al punto termiale, saliti sul crinale si segue uno stretto
sentire immerso in fitti cactus, la leggenda narra la presenza di serpenti
a sonagli, fate voi, la vista dal punto terminale non è niente di
eccezionale perché quella parte di sito è peggio conservata e si notano
solo le fondamenta delle costruzioni ma nulla di più. La precedente vista
che da sulla sala delle colonne e sulla piramide con lago sullo sfondo è
invece spettacolare, magari non come Teotihuacán ma poco ci manca (molto
diversa dai siti maya del sud perché manca la foresta, del resto si
chiama
La Quemada
e quello che era presente ondò bruciato). Mentre rientriamo il camion
cisterna che porta acqua al luogo si ferma e ci carica, portandoci fino in
zona della central camionera, deviando dal percorso stabilito, ma
evidentemente per i 2 operai fare un favore a 2 viandanti a piedi lungo
una strada desertica deve esser stato un atto di grande sollievo. Al
terminal ci prendiamo con anticipo un biglietto per la notte successiva
destinazione Los Mochis, poi con un bus (4,5p) rientriamo in centro città,
l’ultima delle storiche città dell’argento, forse non caratteristica
come Guanajuato ma a livello di monumenti più interessante. Non si trova
dentro ad un cañon ma tra varie colline e si nota sempre la funicolare
che ne collega
2 in
fronte e nelle parti opposte della città, una escursione che dedicheremo
al giorno seguente. Iniziamo la visita del centro passando per un mercato
artesano molto interessante (e ve lo dice uno non propriamente preso dalla
solita paccotiglia tutta uguale), dove trovare i più svariati oggetti
lavorati sia in legno (spesso cactus) che metallo, oppure minerali
lavorati a forma di machete molto caratteristici, portaceneri e pietre a
celebrare la miniera più imporante della città, cuoio in ogni forma ed
il tutto a prezzi contenutissimi. Il mercato si snoda attorno alla via
principale quindi è impossibile non trovarlo. Dopo una visita in internet
(10p per ora), nella zona di avenida Juan de Tolosa se ne trovano più di
uno fianco all’altro, ed una sosta in ostello per accertarci che
l’acqua calda sia a disposizione, è tempo di cena. Vorremmo provare il
celeberrimo Rest. Los Dorados de Villa (da queste parti Pancho Villa è un
grandissimo eroe) ma è tutto esaurito e si entra solo grazie a vecchie
prenotazioni, così troviamo lungo la strada principale il coloratissimo
El Pueblito (128p) dove consumiamo una ottima cena. A fianco c’è un bar
dove suonano dal vivo, ma l’attenzione è limitatissima e così dopo 2
pezzi intonati alla chitarra essendo gli unici avventori salutiamo il
mesto artista e ritorniamo sui nostri passi, salendo sul tetto
dell’ostello dove si possono fare spettacolari foto alla città
illuminata, soprattutto in direzione del Cerro de
la Bufa.
13° giorno
Ovvia colazione presso la
panificadora S. Cruz (22p, lo considero il miglior posto per far colazione
del viaggio, oltre ad essere nettamente il migliore per qualità/prezzo) e
poi visita della città, partendo dalla Mina Eden, la maggior fonte di
ricchezza della città. Si trova a fianco della funicolare sul Cerro del
Grillo, ma si può accedere anche dall’entrata a sud-ovest, apre alle
9:30 (80p, compresa guida), ed infilati cuffia igenica e caschetto parte
la ricognizione ad una vena aurea che ha fatto la fortuna soprattutto
della Spagna, per i messicani è stata più una forma di morte precoce di
tanti lavoratori che un reale guadagno, anche se la ricchezza portata alla
città è sotto gli occhi di tutti. Si scende in ascensore per 40m poi tra
ponti e passaggi nella roccia inizia l’esplorazione di una mina attiva
fino al secolo scorso, hanno fermato i lavori solo perché con
l’ingrandirsi della città le esplosioni sotterranee per aprire nuove
vie erano diventate troppo pericolose. Spettacolo bellissimo, laghi
d’acqua incantata si stagliano tra colorazioni svariate, crepacci,
buche, pericolanti ponti si intersecano di continuo, poi raggiungiamo il
versante ovest dove c’è anche l’accesso alla discoteca, l’unica al
mondo all’interno di una miniera, dove per motivi si sicurezza è stato
installato un ripetitore telefonico (se avete un cellulare qui potete
usarlo anche se vi trovate quasi 100m sottoterra..). Al termine c’è il
museo della miniera dove sono raccolte le pietre ed i cristalli più
incredibili non solo del Mexico ma di buona parte del mondo, non manca un
negozio di souvenir, nel caso vogliate approffitarne. Con un trenino si
viene portati all’uscita ovest dove a piedi facciamo il percorso inverso
per andare all’accesso della funicolare e raggiungere il Cerro
La Bufa. Il
viaggio di sola andata costa 30p, è spettacolare la vista della città da
sopra ma soprattutto la splendida vista che si gode dall’osservatorio in
cima al cerro. Qui oltre alla vista si trovano un mercato, una chiesa, la
piazza degli eroi con al centro la statua di Pancho Villa a cavallo, la
cappella degli uomini illustri di Zacatecas ed il museo della presa della
città ad opera ovviamente di Villa. Si può scendere anche a piedi e così
decidiamo di fare arrivando proprio dietro al palacio del gobierno dove
nella piazza antistante si trova una pista da pattinaggio su ghiaccio che
è la grandissima novità del natale 2010, paradiso dei bambini ma non
solo. Salendo sull’altro versante si trova il grande e completissimo
Museo Pedro Coronel (30p, possibilità di lasciare zaini ed oggetti
custoditi gratuitamente), una incredibile collezione di opere d’arte
dove emergono perle di Picasso, Matisse, Mirò ed infiniti altri, oltre a
statue ed oggetti a rappresentare le tradizioni del mondo intero.
Imperdibile, occorrono almeno 2 ore per vederlo in maniera decente, ma
sono un ottimo investimento. Da qui continuiamo per il convento
francescano ed il museo delle maschere (visto entrando senza biglietto,
non so dirvi il costo), maschere che sono una delle caratteristiche
principi dello stato e che qui si trovano in almeno un migliaio di tipi
distinti. Purtroppo il nostro tempo a Zacatecas sta scadendo, non ci
rimane che recuperare gli zaini all’ostello e col bus n°8 (4,5p) andare
al terminal dove con un pulman Elite partiamo per Los Mochis (910p, 21h).
E’ un bel bus directo con solo 3 soste, la prima a Durango dove abbiamo
a disposizione
20’
per cenare, ci buttiamo sul primo comedor dove per una torta jamon y queso
amarillo (un panino con prosciutto cotto e sottiletta), un hambuguesa con
queso, una coca ed un caffè si spende l’irrisoria cifra di 45p.
Tralasciamo il fatto che torta e hamburguesa siano indistinguibili, anche
averli ingoiati ai mille all’ora per non perdere il bus è un fattore
che depone contro questa comida. Il viaggio notturno non prevede però il
riscaldamento, e oltre quota 2.000m anche se all’interno di uno
splendido bus fa freddo, così la coperta dell’Iberia ha un suo
giustificatissimo perché. Fortunatamente le continue visione di film ad
un certo orario vengono stoppate e si può dormire o almeno cercare di
farlo.
I
cactus della Baja California
14° giorno
Primo stop a Mazatlán
(dove avviene il primo cambio ora del viaggio), altro stop a Culiacán
dove abbiamo il tempo di far colazione all’interno del terminal (50p,
prezzi in genere piuttosto alti in tutti i negozietti peraltro simili), ed
infine arriviamo a Los Mochis dove una temperatura per noi quasi estiva ci
accoglie. Sacrificando lo spirito dei viaggiatori “scomodi” ci
facciamo portare in taxi (50p, che sa di furto) in un albergo che
prendiamo dalla Lonely Planet come il migliore per qualità/prezzo della
città. In effetti per i nostri standard l’hotel Fenix (197p, possibilità
di utilizzare pc per navigare in internet) è di un altro pianeta ma non
abbiamo neanche il tempo di appoggiare gli zaini che occorre già
organizzarci per il treno del giorno seguente. Dopo aver ricevuto info
contrastanti sulla presenza del treno per
la Barranca
del Cobre dell’indomani decidiamo di andare alla stazione e fissare il
tutto subito. Questa rimane fuori dalla città direzione sud, ma ci si va
in bus (5,5p) ed arrivati apprendiamo che il servizio di seconda classe
l’indomani non ci sarà così siamo costretti a prendere la primera ad
un prezzo non proprio economico (1.083p, pagabili anche con carta di
credito), poi torniamo in città per visitarla, ma Los Mochis non ha
proprio nulla da offrire. Le cose più interessanti sono i bar per i
bevitori locali, quelli veramente uno spettacolo, come del resto i bar
stessi dove per entrare occorre aggirare il muro dell’entrata che non
permette mai agli avventori di vedere chi ci sia dentro. Parecchi sono
anche i bar con streep-tese, ma hanno stampato in faccia il simbolo di
fregatura, poi volete mettere una conversazione con personaggi del luogo
che non riescono nemmeno ad immaginare dove sia il luogo dove viviate e se
lo fanno spiegare mille volte continuando a dire stupefatti, che siete
lontanissimo da casa! Los Mochis è scarsissima anche in fatto di
ristoranti e così dopo aver fatto scorta per la colazione dell’indomani
alla Pasteleria Hong Kong (10p per 3 paste) ci ricordiamo che
all’interno dell’hotel pare esserci un dimesso ristorante. Ed in
effetti così è, ci rifugiamo in questo posto ed in breve si riempie,
evidentemente anche per la popolazione locale le alternative sono poche.
Cena a base di pesce per 115p, io che solitamente disprezzo i ristoranti
degli hotel per questa volta devo ricredermi.
15° giorno
Sveglia ore 4:30, in taxi
(50p) chiamato dalla portineria dell’hotel(una sciccheria a cui non sono
abituato) raggiungiamo la stazione del Ferrocarril Chihuahua Pacífico (Chepe)
che sale e scende dalla sierra passando su di un percorso con ponti,
gallerie e l’incredibile anello di El Lazo. Occorre arrivare un’ora
prima della partenza anche in questo periodo di certo non particolarmente
affollato, ne approffittiamo per far colazione e per prenderci un caffè
(10p) dai venditori locali parcheggiati nei pressi della stazione, la
partenza è puntuale e ben presto ci si accorge che il viaggio è lento
per godersi lo spettacolo della natura. Ma dopo aver passato la località
di El Fuerte le condizioni climatiche peggiorano e dopo aver visto solo
sole dall’inizio del viaggio le nuvole hanno la meglio e salendo ci
coprono la visuale togliendoci lo spettacolo del viaggio. Così quella che
doveva essere una delle esperienze più galvanizzati del Mexico norte si
rivela una ascesa nella tormenta, starsene a fotografare negli interspazi
tra una carrozza e l’altra (dove si possono aprire i finistrini) è una
lotta col vento ed il ghiaccio e comunque non si vede praticamente nulla.
A Posada Barrancas facciamo una lunga sosta per dar il cambio al treno che
scende, mentre i locali Tarahumara si accostano al treno cercando di
vendere il loro artigianato, guardati a vista dalla security del Chepe
muniti di mitragliatori che fan paura. Riprendiamo il lento viaggio per
arrivare a Divisadero, unico luogo dove scorgere l’incredibile Barranca
del Cobre vera e propria, ma il tempo non aiuta ed allora l’unico senso
della sosta è quello di mangiar qualcosa al mercato del posto. Salendo le
condizioni peggiorano ancora, entrando ed uscendo dalle gallerie del El
Lazo si inizia a scorgere la neve, che puntuale ci attende all’arrivo a
Creel dove giungiamo con oltre un’ora di ritardo dopo 12h di viaggio.
Freddo, neve e vento, quando eravamo partiti con un clima estivo,
l’impatto è forte, per fortuna quassù (2.350m) ci sono svariate
persone che ci offrono un alloggio, così dopo aver trattato al ribasso ci
affidiamo ad un ragazzo che fa servizio per il Real Chapultepec (125p),
dove veniamo accolti con una caldissima tazza di caffè. La stanza è
dotata di stufa a gas e doccia bollente, quando usciamo la neve ha già
coperto le strade e ripariamo velocemente al Rest. Veronica (124p) dotato
di caminetto e dove si può provare una specialità locale come El Norteño,
con pollo, formaggio, tortillas ed altre verdure, dopo di una zuppa di
funghi bollente che rimette in sesto. Creel è il primo luogo del viaggio
dove si incontrano parecchi turisti, sembra un posto a parte incui si
sentono tante lingue differenti, tutte pronte a cogliere i momenti di bel
tempo per avventurarsi nei cañones locali. Al momento ci si arriva
praticamente solo col treno, c’è anche la possibilità del bus, ma da
Chihuahua, da Los Mochis occorrerebbero 2 giorni. E’ in via di
costruzione un aereoporto per facilitare l’accesso alla zona, i
tarahumara non ne saranno particolarmente contenti, vivendo ancora sulle
montagne in rifugi che sanno più di grotta che di casa, percorrendo
giornalmente chilometraggi incredibili insiti nel loro DNA. Il termine
tarahumara deriva da raramuri (coloro che corrono veloci), è una
storpiatura data dagli spagnoli al termine, sul fatto del correre veloce
testimonianze sono le tante gare di corsa che fanno da queste parti su
percorsi che ai più parrebbero da farsi imbragati mentre loro li fanno
correndo scalzi…Rietrando impariamo che nessuno si unirebbe a noi
nell’escursione ad Urique, la guida non ci porta in 2 (scoraggiandoci
prima col prezzo poi con il problema strade, sicurezza ecc…) e quindi
per l’indomani andremo allo scoperta dei dintorni di Creel senza
scendere al punto più basso delle Barrancas. Probabilmente nessuna guida
avrebbe voluto abbandonare casa nell’ultimo giorno dell’anno, ed info
sui bus locali sono molto incerte proprio a causa di questa giornata.
Colazione
nella Sierra Gorda
16° giorno
Colazione al Rest. Los
Valles (65p), poi visto il tempo coperto decidiamo di fare un giro nei
paraggi senza spingerci immediatamente alla scoperta dei cañones (cañon,
barranca, o anche quebrada sono lo stesso termine per indicare quello che
comunemente viene definito canyon) tanto non si vedrebbe nulla. Il
proprietario del nostro hotel (per modo di dire…) fa anche da agenzia di
viaggio così ci organizza l’escursione nei paraggi (250p, 4h) iniziando
dalla cascata di Cusararè (10p) che si raggiunge dopo un breve tratto di
sentiero (500m). E’ possibile scendere per raggiungere il punto esatto
dove un piccolo getto tocca terra, in questa stagione l’acqua è poca,
anche se mista a quella che cade dal cielo. Ritorniamo alla jeep mentre le
bancarelle dei tarahumara si stanno preparando alle vendite, il freddo si
fa sentire anche per loro perché predispongono fuochi per scaldarsi.
Facciamo tappa la piccolo villaggio di Cusararè dove si trova il museo
Loyola (20p) e la locale missione per raggiungere quella ben più celebre
di San Ignacio fermandoci prima al lago Arareko dove uno sprazzo di bel
tempo regala una bella visione della acque su cui si specchiano i boschi.
Dalla zona di San Ignacio si visitano le valli delle rane, dei funghi e
dei monaci, tutte formazioni rocciose lavorate dal vento e dalla pioggia,
come quella dell’elefante che si trova lungo la strada principale.
Ovviamente tutte chiamate in tale maniera per le forme rappresentate, la
cosa incredibile non son tanto le forme nel loro essere ma che a seconda
delle zone si sviluppino in modo differente tra queste ma simile al loro
interno. I tarahumara, meno politically correct, avevano ribattezzato
quelle dei monaci come Bisabirachi, ovvero valle dei peni eretti. Ultima
fermata alla grotta di San Sebastian, ora utilizzata come galleria di
vendita della cianfrusaglia tarahumara, evitiamo la sosta alle presunte
acque termali di Rekowata perché ci dicono che sono sì terapeutiche ma
che non sono per nulla calde e vista la temperatura odierna sarebbe arduo
immergersi. Rientriamo a Creel e dato che il tempo volge ancora al brutto
ci riscaldiamo con una cioccolata bollente da Mi cafè (20p) e a quel
punto rinunciamo ad ulteriori escursioni provando a fare un piano per i
giorni futuri con destinazione nord all’unico punto internet (15p per
ora) aperto in questi giorni, situato nella parte sud di Av. Lopez Mateos.
L’idea è di partire l’indomani il prima possibile, ma essendo il
primo dell’anno c’è qualche inconveniente coi bus locali che ci
dovrebbero portare a Chihuahua. Quassù non si scorgono grandi preparativi
per la notte dell’ultimo dell’anno, anzi, trovare un posto per cenare
è difficile, ci porge accoglienza
la Lupita
(100p) che si riempie ma verso le 21:30 non fa più entrare nessuno, con
espressioni esterefatte di più di un viandante che si vede fuori al
freddo senza possibilità di cenare. Passate le 22 però
la Lupita
vuole chiudere il locale ed invita tutti i presenti (ovviamente tutti
stranieri, con parte da leone per i tedeschi) ad uscire. E così la notte
dell’ultimo la finiamo a dormire con largo anticipo dopo aver ripreso un
poco di caldo dalla stufa a gas della nostra camera.
17° giorno
Un cielo splendente ci
accoglie di prima mattina, facciamo colazione da Cabaña (50p) e vedendo
com’è la situazione facciamo saltare tutti i programmi e decidiamo di
visitare i canyon andando a El Divisadero. Sempre grazie a Mario, che ci
organizza la spedizione (600h per 5h, da dividere in quanti ci si infili
sul suv utilizzato come mezzo da escursione) con alla guida suo cugino,
molto più pratico della zona e conoscitore di chiunque si aggiri da
queste parti (non certo come lo zio del giorno precedente, mezzo sordo e
ben poco pratico) facciamo la prima tappa al cañon su Rio Otorro (1.600m
di dislivello) ed iniziamo a preder gusto alle celebri visioni della zona,
fino a prima nascoste dalle nuvole. Arrivati a El Divisadero ci
addentriamo al recentissimo Parque Adventuras (20p) da dove poter
scegliere tra varie alternative. Arriviamo fino alla Piedra Volada da dove
parte un teleferico (280p) che porta nel bel mezzo della Barranca de
Urique (la più profonda di tutte, 1.895m di dislivello) dopo una tratta
nel vuoto di 3.500m sopra le teste dei tarahumara che vivono nella zona e
che si muovono sui loro percorsi a strapiombo (per loro il teleferico
sarebbe gratis, ma lo prendono di rado e solo per portare il loro
artigianato alla vendita nel luogo di arrivo del teleferico). Da qui si
possono vedere anche le altre barrancas, tra tutte quella del Cobre che da
il nome alla zona (cobre significa rame, ma non ve nè la minima presenza,
il nome deriva dal fatto che le colorazioni dei licheni dette ai
conquistadores spagnoli l’idea del colore del rame), lo spettacolo è
veramente incredibile, ovvio che per chi soffre di vertiggini il luogo non
sia adatto anche perché una volta scesi ed oltrepassate le terrazze dei
vari miradores non ci sono più protezioni e si può andare dove si vuole,
magari prendendo come indicazione uno dei tanti sentieri tarahumara. Qui
al centro della barranca de Urique arriva anche il lungo percorso di
tirolesa che si può fare partendo dall’inizio della teleferica, con un
giro di quasi 6km di viaggio che tra ponti e corde ne prevede una di oltre
un km con velocità raggiunte di quasi 100km, che per chi non è pratico,
attaccato ad una corda nel vuoto deve essere una forte emozione. Però per
la tirolesa e per il passaggio in roccia imbragati occorre prenotare in
anticipo. Ritornati alla partenza del teleferico (cabine ogni
30’
) rientriamo al El Divisadero lungo il percorso che si trova al limite del
cañon con possibilità di andare fino al limite ultimo delle rocce che
sporgono, nessun divieto a parte l’indicazione che la responsabilità è
tutta a vostro carico. Bello, decisamente una spettacolo esaltante,
strapiombi che non terminano in ogni dove, tali da sentirvi un nulla di
fronte a questa grandiosa natura, poi arrivati al El Divisadero si può
pranzare al mercato locale, lo stesso dove ferma il treno Chepe,
affollatissimo nel momento di stop del treno, molto calmo prima e dopo.
Specialità del luogo le gorditas di mais azul, che appaiono verdi, si
possono riempire di ogni cosa, 20p cadauna, prezzo superiore al solito ma
qui è prevedibile visto l’afflusso di gente. La guida ci scarica a
Creel direttamente dove partono i bus per Chihuahua, prima giusto un salto
nella piazza a vedere l’orchestra di mariachi fatta di metallo
riciclato, poi col bus Estrella Blanca (275p, 5h) raggiungiamo la central
camionera di Chihuahua, dove vorremmo passar la notte e ripartire
l’indomani per Tijuana arrivando così di prima mattina nella celebre e
discussa città frontaliza. Ma ci dicono che i biglietti per la mattina
seguente son tutti esauriti, non c’è altra possibilità di arrivare
direttamente a Tijuana, se non partire subito per Santa Ana e da lì
trovare una coincindenza che sicuramente ci sarà. Non sappiamo nemmeno
dove si trovi Santa Ana, ma viste le alternative prendiamo uno dei pochi
biglietti rimasti (661p, 12h) della Chihuahuense ed attendiamo la partenza
cenando nell’unico posto aperto del grande terminal molto fuori dalla
città. Il Burger Bus offre solo un tipo di hamburguesa, fatto al momento
dall’unica commessa, lunga attesa ma prodotto decisamente sopra la
media, così per 2 hamburguesa, una bottiglia di acqua ed un caffè spendo
in tutto 80p. Il bus è comodo e riscaldato, ma la prima parte del viaggio
è tra strade di montagna tortuose quindi dormire non è facile, ma non
impossibile.
Signora
huichol a Real de Catorce
18° giorno
Arriviamo a Santa Ana
verso le 11, al terminal verifichiamo subito l’eventuale coincidenza per
Tijuana ed effettivamente ci sono varie combinazioni, la prima in partenza
alle 14 prevederebbe l’arrivo in piena notte e la scartiamo, optiamo per
quella delle 21, così lasciamo gli zaini al banco vendita biglietti con
un foglio appuntato sopra coi nostri nomi dopo aver comprato un passaggio
con Tap (585p, 12h, non si può pagare con carta di credito). Visto
l’orario facciamo una colazione più simile al pranzo in uno dei tanti
locali attigui alla central camionera, scegliendo Aqui con Nacho (70p)
dove il menù non esiste, servono il completo che è una grigliata mista
con contorno dei soliti fagioli e verdura, però c’è la possibilità di
scegliere le tortillas tra mais e farina, cosa che diventerà di norma al
nord (quelle di farina sono in pratica una piadina, sapore meno stomacante
per me). Poi è tempo per visionare la cittadina che si trova
all’incrocio tra direttive imporanti, quella che va a nord verso il
passaggio di frontiera di Nogales e quello a nord-ovest di Tijuana, mentre
nella direzione opposta si va a sud verso Hermosillo oppure a sud-est
verso Chihuahua, in pratica nel mezzo esatto dei luoghi più problematici
della guerra agli zetas di tutto il Mexico. Ma tranquilli, il posto non
presenta il minimo pericolo, anzi tutto il contrario, purtroppo però ha
ragione la cassiera di Chihuahua quando alla mia domanda “¿es un lugar precioso?”
si mise a ridere scuotendo la testa. Sulla via principale c’è
una infinita coda di jeep stracolme direzione USA coi migrantes che
tornano al lavoro dopo le feste natalizie, dall’altra parte quella di
camion che trasportano motrici di camion. Addentrandoci verso il centro
(che si scorge avvistando il campanile principale, Santa Ana non compare
in nessuna guida del Mexico) le cose non migliorano, non c’è proprio
nulla da vedere, allora ne approffitiamo per riposarci al sole della
piazza principale su panchine sgombre di gente. Giriamo a vuoto cercando
un internet point che non troviamo, tutti e 2 chiusi nel periodo delle
feste, così anticipiamo la cena da Aqui con Chano (90p) per il solito
completo che di sera si rivela molto robusto, una grigliata servita
all’argentina, gustandoci alla tv una partita di playoff di baseball
mexicano tra la lanciatissima squadra di Hermosillos e quella di Mazatlan.
Nel locale c’è un gran tifo per i primi, anche noi ci appassionamo
all’incontro dove fioccano fuoricampo come noccioline, fortuna che non
lo sospendono per manifesta inferiorità altrimenti non sapremmo come far
arrivare l’orario della partenza del bus. Ore 21 puntuali si parte,
riscaldamento acceso, e qui lo si necessita perché la temperatura
notturna si abbassa notevolmente salendo verso il confine e percorrendolo
per tanto tempo.
19° giorno
Il pulman ha grossi
problemi alla trasmissione, fatica parecchio a procedere ma riusciamo
comunque ad arrivare a Tijuana con solo
30’
di ritardo, dopo aver cambiato nuovamente l’orario (un’altra ora
indietro, così son 2 di differenza dal DF). La central camionera è
parecchio fuori, per arrivare col bus (8,5p) in centro occorrono oltre
30’
, passando anche per “la linea”, che sarebbe la linea di confine, dove
c’è già una coda mostruosa per entrare negli USA. Scendiamo in pieno
centro e scegliamo l’hotel Lafayette (190p, acqua purificata gratis),
camere pulite e molto ampie ma fredde e senza riscaldamento, cosa che
pagheremo cara, ma qui fino a pochi anni fa l’inverno non era un
problema mentre ora il cambiamento climatico si è fatto sentire anche da
queste parti. Ed appena usciamo per far colazione un acquazzone si abbatte
sulla culla del peccato mondiale, fortuna che la panaderia Don Pedro (21p)
è vicina ed attendiamo che smetta. A Tijuana non c’è nulla di storico
da vedere, la città è costruita a somiglianza delle anonime città
statunitensi perché da loro invasa. La divisione degli infiniti negozi
avviene tra quelli che vendono paccottiglia tutta identica ma che serve a
giustificare un salto di confine, da quelli che vendono argento e viagra,
che i bombaroli statunitensi usano per le loro notti nei locali di
streap-tese, di mattina ancora chiusi. Fa un po’ impressione vedere
questo posto dove i paladini della libertà vengono per godersi la libertà
tanto ostentata a casa loro ma alla prova dei fatti non ottenuta, un
divertimentificio artificiale falso come una banconota da 3 euro, ma come
spesso si dice, vedere per credere. Così ci inoltriamo sul percorso
pedonale ben indicato che porta alla linea, il confine più attraversato
del mondo, indicativamente 64 milioni di passaggi registrati ogni anno.
Incalcolabile le offerte di vendita che vengono proposte lungo i circa 2km
che dividono avenida Revolucion (la principale arteria della città) dalla
linea, dove la fila di auto non ha fine ma anche quella a piedi si fa dar
del lei. Terminata questa visita vaghiamo per le avenidas principali
(evitando accuratamente la zona nord-ovest, terra di maquilladoras e di
coyotes, le prime sono le tante fabbriche di lavorazionie ed assemblaggi
varie, i secondi, chiamati anche pollos, coloro che portano oltre confine
illegalmente tutti quanti arrivano dal sud a cercar fortuna) senza trovare
nulla di interessante a parte una mostra privata di un ex poliziotto con
le visite di personaggi illustri a Tijuana nel corso del secolo scorso.
Tra le attrattive vengono segnalati alcuni centri commerciali, ma dopo
poco noi desistiamo dal vederli, il locale centro culturale è aperto solo
in piccola parte, insomma la città del peccato è una delusione e così
cerchiamo un internet point (10p per ora) per verificare alcune escursioni
da programmare dei giorni seguenti. Anticipiamo la sveglia del giorno dopo
facendo scorta da Don Pedro di paste per l’indomani, perché avremo una
partenza di prima mattina. Un vento gelido si impadronisce della città,
decidiamo di affrettare la cena scegliendo Domino’s pizza, fra tutti i
locali finti tanto vale scegliere quello più finto di tutti. Abbianate
alla pizza servono anche patate fritte già complete di una salsa non
commestibile, la pizza è mangiabile, la confezione supersize di CocaCola
che viene fornita in dotazione la finiranno loro, per noi è impossibile
affrontarla. Il freddo che permea la città non risparmia la nostra
camera, purtroppo invece di recuperare il sacco a pelo o la coperta cerco
stupidamente di rimanere fermo sotto al leggero panno con risultati non
brillanti per la salute…
Pinna
caudale di una balena alla laguna Ojo de Liebre
20° giorno
Nel gelido dell’hotel
Lafayette mi mangio le paste della colazione, poi andiamo con largo
anticipo alla fermata del bus (8,5p) sulla Calle 2° (Juarez) dove passa
quello per la central camionera. Peccato che dopo oltre
20’
ancora non sia passato, così abbiamo i minuti contati, quando poi ci
carica ma prima di arrivare al terminal si ferma a far gonfiare le gomme
le speranze di prendere il pulman per il sud sembrano andate. Così faccio
presente la nostra urgenza all’autista che una volta espletato il
gonfiaggio parte immediatamente saltando qualsiasi fermata e precedenza
scaricandoci al terminal con qualche minuto di ritardo, ma di corsa
riusciamo a salire sul pulman Aguila (964p, 12h) per Guerrero Negro.
Costeggiamo l’oceano viaggiando a fianco di interminabili hotel e
residence di una bruttezza unica, come rovinare un paesaggio splendido,
poi dopo qualche ora il cemento lascia spazio a campi coltivati e viste
fantastiche dell’oceano dove ogni tanto qualche spruzzo contraddistingue
il passaggio di balene. A metà percorso tappa a S. Quentin dove lungo la
strada principale si trovano svariati comedores, poi la strada inizia ad
entrare nel mezzo della Baja California e il simbolo di questa terra, il
cactus, diventa imperante, regalando forme di ogni tipo, con piante
enormi. Il cielo però inizia a coprirsi e quando arriviamo a Guerrero
Negro (nuovo cambio d’orario si riprende un’ora) all’inizio della
Baja California Sur, è già buio e non si vede una stella, oltre a
trovarci con una temperatura non propriamente adatta per escursioni
nell’oceano. A fianco del piccolo terminal c’è l’ Hotel Covare Inn
(225p, internet in alambrico ma possibilità di visionare la posta sul pc
dell’hotel), standard troppo elevato per noi, ma ci fanno presente che i
prezzi sono tutti similari per fascia di hotel in città e quindi
decidiamo di rimanere. Col personale dell’hotel iniziamo ad informarci
per le escursioni alla ricerca delle balene nella celebre laguna Ojo de
Liebre, ci pensano loro a contattare un’agenzia preposta a portarci
l’indomani ed intanto andiamo a cenare nel vicino Rest. Don Gus (165p),
veramente molto bello, con prezzi superiori alla media del viaggio ma con
un servizio prima mai incontrato, visto che la zuppa del giorno ci viene
offerta, rimettendo in media il prezzo totale. Il vento gelido che ci
accompagna dal ristorante all’hotel non è beneaugurante per
l’escursione del giorno seguente, ma non abbiamo molta scelta, poi
parlando col personale dell’hotel ci dicono che qui per molti mesi le
nuvole coprono il sole e quindi possiamo rassegnarci immediatamente, se
andrà bene non prendermo la pioggia, le balene le vedremo ma non saranno
tante perché la stagione migliore deve ancora arrivare, con le variazione
climatiche arrivano sempre più tardi.
21° giorno
Colazione alla Caseta de
las frutas (24p, non solo frutta, anche tortas con barbacoa) di fronte
all’hotel, poi ci dirigiamo da Mario’s per il tour a las ballenas
(545p x 4h, si può pagare anche in dollari ma il cambio è molto
sfavorevole). Partiamo in camioneta con un clima pessimo, nuvole ovunque,
qualche rara goccia di pioggia ed un vento assassino, ma alternative non
ci sono. Per arrivare al luogo dell’imbarco si passa per le saline che
stanno tra Guerreno Negro e la laguna Ojo de Liebre, zona paradiso per gli
amanti del birdwatching. Si sale su di una lancia ovviamente tutta aperta,
vista la giornata i barcaioli ci prestano robuste cerate fatte a poncho da
mettere sotto ai giubbotti di salvataggio, poi partenza sprint per
attraversare la laguna alla ricerca delle grandiose balene grigie che
migrano in inverno da queste parti per partorire i piccoli e per dimorare
in un luogo meno freddo dell’artico dove stazionano in estate. Inizio
gennaio, nonostante quanto dicano le info al riguardo, è ancora presto
per navigare nella laguna attorniati da questi giganteschi mammiferi,
occorre muoversi tanto per avvistarle ed il freddo diventa padrone della
situazione. Solo in 2 occasioni riusciamo ad accostare alcune balene a
distanza veramente ravvicinata, in un caso si nota la presenza di una
madre con 2 “piccoli” cuccioli, ed in un’altra occasione 2 enormi
balene iniziano a giocare attorno alla nostra microscopica lancia.
Spettacolo incredibile, viene da chiedersi come facciano a ruotare attorno
a queste imbarcazioni senza mai rovesciarle, evidentemente l’abitudine
al gioco ha lasciato a questi animali la tranquillità di muoversi
fiduciosi, tanto che verso marzo/aprile, quando la confidenza è maggiore
ed i piccoli più cresciuti è possibile toccarli ed accarezzarli, come ci
spiega un’anziana coppia messicana che ogni anno passa a vedere e
godersi questo grande spettacolo della natura. Rientrando massacrati dal
freddo ci viene servito un piccolo ristoro sulla lancia, e prima di
attraccare veniamo invasi da enormi stormi di uccelli, riconoscibili i
soliti pellicani, ma la scena più incredibile che rimanda a memorie
hitchcockiane è quella di pittime marmoreggiate, totani semipalmati e e
piro-piro, paradiso degli amanti dei limicoli,che potrebbero attaccarci e
farci cadere dalla nostra lancia, ma arrivano velocissimi e ci evitano
all’ultimo metro, bravi e spettacolari. Attraccati rientriamo fermandoci
a rimirare i nidi delle aquile di mare, che si lasciano avvicinare senza
grandi problemi, facile da queste parti diventare esperti fotografi di
birdwatching! Ritiriamo i bagagli all’hotel e prendiamo al volo un
pulman per S. Ignacio, un Aguila (202p, 2h, pagamento solo in contanti)
che grazie al ritardo con cui si presenta ci permette di muoverci con
anticipo e non perdere un pomeriggio a Guerrero Negro. Il pulman ci
scarica lunga la deviazione per l’oasi di S. Ignacio, ma il centro è
distante oltre 2km dalla strada, fortunatamente passa in quel momento la
coppia messicana sulla loro grande jeep che ci carica e assieme cerchiamo
una sistemazione in paese oltre ad organizzare la spedizione del giorno
seguente alle pinturas della sierra. Troviamo alloggio al Hotel Posada
(150p), caratteristica posada gestita da un anziano figlio di emigrati
tedeschi, poi rientrati in centro recuperiamo il permesso per accedere
alle pinturas di S. Martha (37p), il permesso per fotografare (45p) e la
prenotazione ad una guida del luogo che ci dovrà accompagnare nel posto
(50p). La gentilissima coppia messicana inizia a prepararci medicinali per
riprenderci dall’influenza, mentre diamo un’occhiata alla
caratteristica oasi di San Ignacio, partendo dalla missione per salire sul
cerro che domina tutti i dintorni. Ovviamente il tempo è ancora pessimo e
le nuvole non permettono di godere panorami esaltanti, così vista anche
la mia condizioni fisica preferisco prendermi una piccola pausa nella
posada (doccia con acqua bollente, molto utile in queste condizioni) per
uscire solo a cena. Pochissimi i posti per cenare, scegliamo come tanti il
Rest. Rene’s (115p), non c’è praticamente scelta di piatti e la
qualità lascia a desiderare, se poi ci si mette che la porta non si
chiude e folate di vento avvolgo questa specie di pincho, si può
archiviare la serata come particolarmente negativa.
22° giorno
Raggiungiamo i nostri
“tutori” messicani a colazione alla Mision de Kadakaaman (65p), poi
con la loro jeep andiamo in direzione di S. Martha, uno dei luoghi più
interesanti della Sierra San Francisco per le pitture rupestri. Una
deviazione sulla sinistra ben indicata dalla strada principale procede
all’interno della Sierra, la prima metà è su sterrato ma in buone
condizioni, la seconda parte peggiora e per arrivare servono quasi 2h,
prima però occorre fare una deviazione per raggiungere la fattoria dove
abita la guida che ci dovrà accompagnare. Per gli abitanti della zona la
creazione del parco è stata una rovina, non possono più alimentare gli
animali se non con quello che trovano autonomamente (ed in mezzo ad una
sierra desertica è veramente poco), non possono più realizzare scavi per
pozzi a loro piacimento, dovendo insistere solo con quelli già iniziati
dove la falda scende costantemente non fornendo più acqua, soldi per
nuove attrezzature non ne hanno e quel poco che recuperano è grazie ad un
turismo che però stenta ancora a muoversi. Basta vederli per capire la
tragica situazione in cui versano, ed è quasi una costante la migrazione
verso le grandi città della zona,
La Paz
quando va bene, Tijuana quando ogni speranza è abbandonata. La visita
alla Cueva del Raton prevede una passeggiata in piano di circa 3km ed una
corta ma erta ascesa, viste le mie condizioni attuali preferisco non
forzare la situazione e mi fermo a riposare in jeep, dopo esser stato
lasciato con un kit medicinale omeopatico dalla signora messicana. Il
cielo costantemente coperto non rende giustizia ai luoghi, coperti per non
dire invasi dai cactus, qui si percepisce perfettamente perché
la Baja California
venga sempre associata a questa pianta. Da qui ci sarebbe anche una
escursione che viene descritta come molto più interessante al Cañon San
Pablo, fattibile solo a dorso di mulo e che necessita di 2/3 giorni, cosa
che non possiamo permetterci. Rientriamo sulla strada asflatata e visto
che i nostri amici hanno intenzione di andare a sud ci portano fino a
Santa Rosalia, dopo aver attraversato il deserto Vizcaino ed essere scesi
a precipizio sul Mar di Cortez. La visione ci viene raccontata come una
folgorazione blu nel mezzo del deserto, peccato che il grigiore totale
faccia perdere magia ai luoghi, anche se entrando a Santa Rosalia verso
sera qualche sprazzo di cielo azzurro prima dell’arrivo della notte già
si scorge. Al terminal dei bus (nello stesso posto di quello marittimo, da
qui si può traghettare sulla parte continentale del Mexico) ci congediamo
dalla coppia mexicana, che intanto abbiamo imparato a conoscere e che
sicuramente per gli standard locali se la passa molto bene avendo anche
una fattoria nei dintorni di Chihuahua oltre a 5 figlie che vivono in giro
per il Mexico tutte impegnate in lavori prestigiosi dati da studi
universtari completati da parte di tutte e 5, insomma non proprio la
famiglia che non sbarcava il lunario, frutto delle cattedre universitarie
dei 2, il marito in storia e la moglie in sociologia. Va detto che senza
incontrarli l’escursione a S. Martha non sarebbe stata possibile in
questi tempi e prezzi, e nel caso di organizzarla a S. Ignacio (sempre se
si incontra qualcuno libero per andarci) una guida chiede sui 1300-1500p
(da dividere al massimo in 4 persone). Nel piccolo ufficio della central
camionera compriamo un passaggio per San Josè del Cabo con Aguila (1055p,
12h, pagamento solo in contanti), 3 corse al giorno arrivano fino a sud
senza cambio a
La Paz
, e lasciamo i bagagli in custodia ai bigliettai per fare un piccolo giro
della cittadina. E’ già buio quindi è più una camminata che passa a
fianco della iglesia Santa Barbara (ideata da Eiffel) che uno escursione
vera e propria, visto che in città c’è poco ed il museo più
interessante già chiuso. Ceniamo al Rest. Terco’s Pollito (152p), le
quantità enormi che hanno le porzioni dovrebbero evitare di far più di
una ordinazione, poi dopo aver ritirato i bagagli ed usufruito del bagno
(non indicato, lo si trova uscendo a dx a fianco della biglietteria, in
condizioni stile etiope…) è tempo di partire per il sud della Baja
California, con un bus riscaldato, quindi non necessitano sacco a pelo o
coperte a bordo.
23° giorno
Lunga sosta a
La Paz
poi tagliando nuovamente la penisola si inizia a costeggiare la parte
pacifica della Baja e mentre finalmente il sole inizia a sorgere e
splendere andiamo verso Los Cabos, ovvero la parte terminale della Baja
California, quella che fa da sfondo ad imprese di surfisti, hippie, VIP e
tutti quelli che non tengono fretta ed amano viversi la vita. Il pulman
passa dalla mondana Cabo San
Luca
s, ma noi decidiamo di far base alla più tranquilla San Josè del Cabo
dove arriviamo dopo quasi 13h di viaggio. Colazione in panaderia 1° de
Mayo lungo
la Gonzáles Conseco
poi girando casualmente ci imbattiamo nella Casa de Huéspedes Consuelo
(175p), luogo basico ma per la zona economico e dotato, quando la signora
accende el califo, di acqua calda. Iniziamo una rapida escursione della
cittadina, ovviamente senza aspettarci attrazioni storiche, prendendo
confidenza con un luogo festoso e tranquillo, dove la parte prettamente
turistica si mescola con quella più indigena. La stagione deve ancora
cominciare così non ci sono troppi turisti e si riesce ad andare dove si
vuole, pian piano scendiamo lungo Blvd Mijales verso la zona hotelera dove
ci trovano i grandi hotel e resort e la spiaggia, sia attrezzata che
libera. Prima però tappa per rifocillarsi nel simpatico bar Escala (65p)
per un delizioso taco de camarones, la specialità del luogo, una taco
normale ripieno di gamberoni impanati in una leggerissima pastella e
quindi fritti. Ovviamente quaggiù tutti vanteranno il miglior taco del
genere, provarli ogni volta è un dovere molto piacevole. Il sole continua
ad essere protagonista, la prima volta per tutto il giorno nella Baja, così
anche per recuperare un po’ di forze ci si butta in spiaggia a scaldarci
al sole che pian piano si nasconde dietro i contrafforti che fanno da
angeli custodi dei cabos. Rientriando proviamo ad avere info per
noleggiare i quad che sembrano padroni della zona e girare per conto
nostro i luoghi qui attorno, ma non se ne viene a capo, l’unico noleggio
vero e proprio è completamente allagato e nessuno risponde alle chiamate,
gli altri che si potrebbero trovare o sono chiusi (pare da lungo tempo)
oppure vanno in tour organizzati e non noleggiano mezzi ad uso
individuale. Così per il momento soprassediamo, domani andremo a visatare
Cabo San
Luca
s, poi si vedra. Un’ora di internet da queste parti è più cara, 20p,
ma poi in serata risparmiamo sulla cena mangiando qualcosa al market dove
avevano trovato i pc, con 20p si cena e ci approntano anche un tavolino
apposta per noi.
24° giorno
Colazione alla panaderia 1°
de Mayo (8p) ma non avendo nulla da bere facciamo sosta anche al Cafetto
(20p) per un’infinito caffè americano, da lì arriviamo sulla Nazionale
1 dove sono tanti i bus che vanno a Cabo San
Luca
s (27p,
30’
). La costa ormai è tutta costruita, dove si vede una spiazzo senza
mattoni è in concomitanza dei campi da golf, che chissa quanta acqua
necissitano e consumino in mezzo a questo deserto, ma per i ricconi
californiani questo ed altro. La vista di CSL è effettivamente molto
bella, pare una piccola Rio de Janeiro, e tutta la parte vista mare nulla
centra con le costruzioni in stile mezoamerica. Qui tutto è lussoso ed i
servizi altrettanto, così per poter andare ad una delle meraviglie del
luogo, Land’s End, occorre una escurione in barca che se prevede anche
il giro lungo le 2 coste e possibilità di snorkeling costa salata (15$
oppure 200p, più conveniente pagare in $). Da qui con una lancia andiamo
verso il promontorio che fa da spartiacque tra il Mar di Cortez e
l’Oceano Pacifico, si parte dal porto dove leoni marini saltano con
tranquillità sulle barche, i pellicani stanziano ovunque ed il mare è
pieno di pesci coloratissimi, la barca con cui ci portano ha il fondo
trasparente e così non occorre lanciarsi tra le onde per vederli (il mare
si fa dar del lei). Circumnavighiamo Land’s End dove un arco enorme
segna la vera congiunzione dei 2 mari, in zona anche un grande scoglio
scolpito dall’acqua e dal vento proprio a forma rovesciata della Baja
California, e per finire un’ultima roccia in mezzo al nulla che fa da
sfondo perfetto all’idea della Baja coi pellicani a farne casa loro.
Sulla penisola si trovano 2 meravigliose spiagge proprio tra gli alti
scogli, quella verso Cortez chiamata la spiaggia dell’amore, quella sul
Pacifico invece ribattezzata spiaggia del divorzio. A distinguerle così
è stato il vento, rendendo sovente impossibile rimanere su quella del
divorzio e rendendo più accettabile la vita su quella dell’amore. Il
nostro barcaiolo ci racconta che con la crisi statunitense ha finito per
fare questo lavoro per lui abbastanza umiliante, prima conduceva grandi
barche per crociere di pesca in altura, partivano da qui passavano dal
canale di Panamá e si fermavano in Yucatan, un mese di pesca e fiesta a
bordo, insomma proprio tutta un’altra cosa da ora. Ci lascia in
spiaggia, ci si può accordare per l’orario del rientro, tanto il
percorso che fanno è sempre lo stesso, facciamo l’errore di dirgli di
riprenderci dopo 3h, non avendo ben pensato che nonostante il luogo sia un
incanto, quando il vento si alza è impossibile trovar pace. E così
avviene, non si sa dove stare, perché la spiaggia è un inferno ma in
acqua è praticamente impossibile andare vista la forza del mare, poi è
molto bello rimirasi il posto con gli albatros sempre in volo a dominare
il cielo, ma quando il barcaiolo riappare è festa grande! Ci giriamo CSL,
ma usciti dalla zona turistica piena di ristoranti e negozi c’è ben
poco da vedere. Tanto vale riprendere il bus sul Blvd Cárdenas e
rientrare a San Josè, dove ritentiamo per un noleggio quad con stessa
ricerca negativa del giorno precedente. A quel punto prendiamo contatto
per un jeep, e fatti i vari confronti l’indomani sapremo già dove
dirigerci per partire appena apriranno. Dopo un passaggio da Consuelo a
ricordarle di encender el califo y abrir el agua (visto che la sera prima
si era dimenticata di aprire l’acqua ed accendere il boiler..), cena
argentina al Rest. Barrio de Tango (195p), dove gustare un bife de chorizo
come si deve. Il posto è all’aperto, prima serata di riapertura,
gestito da 2 ragazze di qui assieme ad un cuoco locale, ma fu aperto da
una coppia argentina che ha lasciato ai ragazzi i contatti per
approvigionarsi di carne porteña in tagli giusti. Probabimente ci
scambiano per argentini emigrati qui quando facciamo i complimenti per i
piatti ricchissimi, così continuano ad invitarci alle prossime situazioni
che organizzeranno cercando di coinvolgerci in appuntamenti che sapranno
di Argentina da qui ad un mese (magari, visto il luogo e le 2
gestrici…). Al rientro l’acqua calda c’è e quindi Consuelo recupera
tante stelle nella classifica dei luoghi dove far tappa.
25° giorno
Colazione da
La Poblanita
(25p), uno di quei simpatici ristorantini indigeni pieni di locali e vuoti
di turisti, l’ideale per partire di slancio andando a noleggiare prima
ancora che aprano una Jeep Wrangler da National (1004p per 25h)
nell’ufficio in pieno centro tra Zaragoza ed Hidalgo. Partiamo
immediatamente seguendo gli itinerari che hanno fatto la storia della
mitica Baja 1000, alcuni dei quali riproposti anche dalla Lonely Planet in
un capitoletto a parte, così da percorre gli sterrati lungo la costa
verso est, attraversare il cabo e scendere poi giù a Cabo San
Luca
s dal versante ovest. Non c’è un’indicazione che sia una, nonostante
Cabo Pulmo sia una delle più grandi attrattive per gli amanti del sub
della zona, dalla Mijares occorre prendere
la Suarez
ed andare a sentimento lungo la costa. In una splendida giornata di sole
come quella odierna lo scenario è incantevole, mentre
la Jeep
si lascia condurre con facilità sugli sterrati, da una parte ci sono le
colline desertiche coperte di cactus e dall’altra un mare talmente blu
che acceca, quelle immagini che son sempre parse finte a proposito della
Baja qui si materializzano ovunque. Il primo vero e proprio stop lo
facciamo sulla spiaggia di Los Frailes, una insenatura naturale nascosta
da una collina, arriviamo in spiaggia ed apprezziamo il 4x4 dopo esserci
insabbiati. Dal vicino campeggio arrivano varie persone a riposarsi sulla
spiaggia e ad uscire a pesca con piccolissime barchette mentre i pellicani
sono i padroni assoluti della situazione. Da qui ripartiamo per Cabo Pulmo,
minimale villaggio (dichiarati 58 abitanti) molto new-age, possibilità
limitate di soggiornare per tuffarsi nel Parque Nacional Cabo Pulmo,
ambiente incontaminato e pace assoluta, poi la strada devia all’interno
con alcuni sentieri non segnalati che vanno verso la costa. Ne prendiamo
uno a caso, sovente finiamo in territori privati, ma alla lunga centriamo
il bersaglio per arrivare ad un faro che domina la parte terminale della
costa est della Baja, da lì rientriamo verso Cabo Ribiera dove grandi
cartelloni pubblicitari invitano a comprarsi il proprio spazio nella
imminente marina che sorgerà. Nel frattempo che il cemento non si è
ancora mangiato la natura pranziamo a
La Costa
(40p) con tacos de camarones sublimi ad un prezzo impensabile tanto è
basso. Prevendo che la nuova marina permetterà in futuro affari ben
diversi al simpatico ristorantino, oggi per nulla frequentato. Arrivati a
Los Barriles l’itinerario può dirsi completato, rientriamo sulla
statale n° 1 per cercare il sentiero che da Los Naranjos porta a
Pescadero, ma non è facile incontrarlo perché non segnalato. Dopo aver
chiesto infinite indicazioni a Santa Anita ci vien finalmente detto di
tenere come segnalazione quella per
La Palma
(Los Naranjos è solo il nome di un’altra fattoria lungo il cammino e
non di un posto lungo la statale), una fattoria lungo il sentiero e così
iniziamo l’attraversata, saranno 50km ma servono 3h, immaginatevi il
percorso. La prima parte è tranquilla, poi quando si inzia a salire
arrivano le prime difficoltà, è fondamentale avere un mezzo non tanto
4x4 ma soprattutto molto alto da terra per non rimanere bloccati in
passaggi profondi, e comunque con un gran tiro in basso per uscire veloci
ma non forte da situazioni in contropendenza verso il vuoto…Raggiunto il
passo la vista si perde verso le montagne che scendono all’oceano,
sembrerebbe un gioco arrivare ma il brutto si trova proprio nei primi
3 km
di discesa, e del resto i tempi di percorrenza che ci avevano dato alcuni
abitanti della zona dovevano far pensare a qualcosa di preoccupante.
Occorre prestare molta attenzione al sentiero a discapito della bella
vista, poi più avanti nell’attraversare distese di cactus interminabili
ci si rifarà, non pensate di percorrere questo sentiero con un normale
suv come vedrete in gran numero a San Josè o Cabo San
Luca
s, oppure con una jeep ultramoderna, si sbatte sovente sul fondo e una
luce da terra importante è fondamentale. Arriviamo sulla statale a sud di
El Pescadero, non c’è nessuna indicazione anche da questa parte, quindi
trovare il sentiro giusto senza consiglio di uno del posto non è facile,
visto che i passaggi sembrano tutti uguali. Pochi km a sud su di un
promontorio dov’è possibile fermarsi e salirci a piedi (perché buona
parte della costa è privata e recitanta) si gode di una vista mozzafiato,
con in lontananza gli spruzzi delle balene decisamente numerosi.
Raggiungiamo Cabo San
Luca
s verso il tramonto, la vista pare a tutti gli effetti quella di Rio de
Janeiro, purtroppo ci perdiamo in un barrio popular dove azzeccare la
strada per il faro che domina tutta la zona è arduo e quando la troviamo
il tramonto è già sceso e la vista ci viene negata. Così rientriamo a
San Josè e dopo aver avuto la razione giornaliera di agua caliente nella
casa di Consuelo cerchiamo un ristorante per locali incontrando alcune
difficoltà, visto che quasi tutti chiudono per cena. Così, volendo
evitare quelli principali dove siedono solo gringos e dove tutti si
rivolgono direttamente in inglese torniamo al Barrio de Tango (124p),
variando il menù e cadendo sempre su ottime scelte a quantità
pantagrueliche, ormai ci han presi per amici e quindi anche il trattamento
è di favore. Un leggerissimo venticello accompagna la serata al
ristorante, dopo il caldo desertico della giornata sui sentieri di gara è
il perfetto coronamento della giornata. Ovviamente veniamo invitati alle
future serate di tango che partiranno tra meno di un mese, ma prima ancora
che rispieghiamo chi siamo questa volta sono loro a perdersi in una
allegra e lunghissima risata.
26° giorno
Giornata senza fretta,
colazione in tutta calma da El Penchè (23p), a fianco di quello del
giorno precedente, poi riconsegnamo la jeep dopo averla rifornita di
benzina (87,5p al litro la normale, 98,5p la super che sarebbe da mettere
secondo indicazioni, ma il benzinaio capendo che di un nolo si tratta ci
mette senza indugi la più economica). Per 330km abbiamo usato
48 litri
, un mezzo decisamente assetato considerando le velocità blande a cui
l’avevamo spinta. Con un pulman ATP (160p, 3:30’, pagamento solo in
contanti) dal terminal di San Josè andiamo a
La Paz
, e con un bus (4,5p) raggiungiamo il centro trovando alloggio presso
Hotel Quinta Lolita (150p), ottima camera ma doccia con acqua al
contagoccie. Prima tappa presso la biglietteria della Baja Ferries che ha
un grande filiale anche in città (10 quadre fuori dal centro) evitando
così di dover andare a Pichilingue per comprare il passaggio in nave di
rientro nel continente. E’ già pomeriggio quando iniziamo a visitare la
città che non ha nulla di particolare ma che funge da base perfetta per
un sacco di attività, dall’andare a nuotare con gli squali balena, a
starsene spaparazzati in spiaggia o per raggiungere l’isola di Espiritu
Santo. E’ già tardi per tutto questo, così dopo aver preso info per
una escursione per il giorno seguente recuperiamo in anticipo anche il
biglietto del bus per il porto di Pichilingue (il terminal è sul
lungomare non propriamente indicato), e dopo aver gustato l’ennesimo
ghiacciolo al pistacchio (12/14p, gusti di ogni tipo, non ci si fermerebbe
mai di sentirne di differenti) in una delle infinite Michoacana (come qui
vengonono chiamate le gelaterie) tappa in relax nella strettissia spiaggia
della città ed in alternativa un passeggio sulla banchina che si estende
verso il mare piena di pescatori che permette la vista della città fronte
mare. Per cena optiamo per un piccolo e folkloristico locale chiamato Rest.
Mariscos
la Tortuga
(140p) gestito da Doña Maria Lavin, che ci serve una sopa de mariscos
favolosa, seguita da pescado empanizado che ancora adesso mi fa tornar
fame. Il locale non attirerebbe nessuno, ma alcuni personaggi del luogo
incontrati sul lungomare ce lo avevano consigliato con foga, posto dove la
signora fa di tutto ed il marito solo i conti, oltre a lasciare sul tavolo
quel poco di caffè solubile ancora rimastogli. Per chi volesse cenare
risparmiando, segnalo che lungo le strade centrali è pieno di piccoli
comedores che servono tacos de mariscos/camarones a prezzi ridicoli,
sicuramente la concorrenza facilita veramente a calmierare i prezzi verso
il basso, in un posto come
la Baja California
dove tutto costa mediamente di più rispetto al resto del Mexico.
27 ° giorno
Colazione in una panaderia
(11p) lungo Av. Revolucion a base di paste, per un caffè espresso che
dopo tante sbrode solubili o americane mi pare un pugno dritto in testa
facciamo tappa da Exquisito (12p) sul lungomare dove iniziamo a verificare
la possibilità di uscire in mare ad avvistare squali balena coi quali
dicono sia normalissimo nuotare. Le condizioni del mare non sono per nulla
buone, c’è vento ed è agitato, così anche per l’assenza di altre
persone interessante occorre attendere e lo facciamo iniziando una lunga
conversazione con Hector, capitano, tour operator o vecchio marinaio del
luogo ora diventato piccolo impreditore del turismo. Sa di tutto e parla
svariate lingue, meravigliandosi di non dover utilizzare l’inglese per
una volta. Conosce molto bene l’Italia, trasportando innumerevoli
appassionati di sport acquatici, ed emblematica arriva la domanda di come
vada ora in Italia con Burattini primo ministro. Subito non capiamo
(burattini si dice titeres in castillano), ma poi parte una grande risata
collettiva, la sua conoscenza pare approfondita, siamo una barzelletta
mondiale visto che anche una coppia danese comprende di cosa stiamo
parlando…Fra una battuta e l’altra arriva finalmente il momento di
partire per la ricerca degli squali, l’escursione costa 700p ad
imbarcazione, ci si può stare fino ad 8, noi ovviamente non troviamo
altri avventori e dobbiamo sobbarcarci il costo in 2, costo che non viene
ripagato da un buon risultato perché il mare continua ad essere molto
agitato, la lancia sale e scende tra le onde ed ovviamente non si riescono
ad avvistare gli squali balena perché hanno scelto un luogo più riparato
rispetto al fronte di
La Paz. Completamente
fradici e dopo aver visto il mare in perpendicolare su di una piccola
lancia torniamo a terra molto delusi, il tiburonballena era l’ultima
chicca che ci sarebbe potuto toccare in Baja California ed invece causa
avverse condizione del mare di Cortez l’occasione è andata perduta. A
quel punto non ci resta che un rapido giro per
La Paz
gustando gli ultimi tacos de camarones (mediamente 10p) in giro per le
bancarelle ed un salto ad un internet point (20p x ora) a buttare un
occhio agli orari dei pulman da Mazatlan in direzione DF. Ritirati gli
zaini da doña Lolita, prendiamo un bus Aguila dal piccolo terminal
centrale per andare a Pichilingue (22p,
30’
), porto di partenza delle grandi navi per Mazatlan o Topolobambo. Il bus
scarica tutti all’ingresso del porto, una navetta porta al terminal
marittimo dove occorre arrivare già col biglietto, che se non è stato
comprato in precedenza e ci sono ancora posti è possibile recuperare in
un ufficio al porto che però non è né all’ingresso né al terminal
passeggeri, furba come idea. I traghetti della Baja Ferries partono a
giorni alterni per le 2 destinazioni citate in precedenza, tranne il
mercoledì giorno di sosta. La traghettata è notturna, occorre
presentarsi almeno un’ora prima della partenza (inutilmente mi verrebbe
da dire visto il ritardo per la partenza vera e propria), c’è una
perquisizione peggio che in aereo (dove occorre lasciare il bagaglio,
potendo portare a bordo solo quello a mano, quindi arrivate preparati a
combattere il freddo della nottata) ed una volta a bordo si parte solo
quando tutti i camion son stati stivati, percui se la coda è lunga
l’orario previsto (le 19) viene bellamente tascurato. E’ gia buio
pesto quando i motori salgono di giri, abbiamo almeno
90’
di ritardo in partenza verso Mazatlan, ed appena lasciata Pichilingue è
già tempo di cena, compresa nel prezzo per gli alimenti base, da pagare
anche la più piccola delle bevande (15p per mezzo litro d’acqua).
Fortunatamente il traghetto è vuoto per più della metà dei posti
poltrona, ma avendo recuperato il sacco a pelo trovo posto a terra sulla
morbida moquette dove inizio a dormire indisturbato. Fortunatamente la
immancabile tv, come sui pulman, di notte viene spenta.
28° giorno
Non è nemmeno l’alba
che alcuni messicani iniziano una lunga discussione su quali siano i
pulman più economici per raggiungere il Chiapas, visto che si parla di
oltre 2.000km molte sono le possibilità e così dormire diventa
impossibile. Tanto vale godersi il panorama dal ponte di poppa, più
riparato dal vento del mare, da dove però non si avvista ancora terra. In
effetti arriviamo con 2:30’ di ritardo a Mazatlan, entrando in porto tra
scogli che si alzano in bella vista, c’è una lunga coda per uscire non
tanto dalla nave quanto dal porto perché fervono i controlli di polizia,
poi una volta fuori con un bus (5,6p) arriviamo alla central camionera
dove prendiamo subito un passaggio notturno per Morelia (800p). Lasciati
gli zaini al deposito del terminal (15p x ora) facciamo colazione/pranzo
in uno dei tanti ristoranti economici nei dintorni scegliendo l’Oasis
(80p) e mangiando a sazietà. In tutti questi locali di categoria
economica non servono alcolici, ma per chi vuole si può andare
nell’unico “elegante” a comprasi la birra, non fanno storie. A quel
punto è tempo di spiaggia, scendendo per Ferrusquilla (che è quella del
terminal) si arriva alla lunghissia playa norte, una infinita spiaggia a
forma di conchiglia di sabbia finissima, ovviamente in questo periodo
vuota di gente, se non gli appassionati di footing. Ci croggioliamo al
sole per un po’, poi è tempo di visitare il centro della città che si
trova più a sud, raggiungibile in bus. Il centro storico, caratteristico
mexicano, non regala nulla di esaltante, se non la vita che si percepise
essere molto intesa da queste parti, il bello è lasciato alle spiagge ed
al Cerro del Creston che domina dal mare il cuore di Mazatlan. A nemmeno
100m da plazuela Machado si trova Playa Olas Altas, paradiso dei surfisti,
che se non stanno attenti potrebbero arrivare sul loro surf direttamente
nei negozi circostanti la spiaggia! Da qui sempre costeggiando il mare si
risale verso la piattaforma dei clavadistas, i tuffatori che si buttano
dall’alto di una piattaforma di circa 15m in una piccolissima pozza, la
cosa fa impressione e giustamente chi vuole vederli all’opera deve fare
un’offerta. Si può salire sul trampolino, più difficile scendere per
chi soffre di vertigini visto che non esistono parapetto, corrimano o
corde. Ma del resto chi ci sale si dovrebbe tuffare non scendere a piedi
come faccio io. La vista al tramonto da questo luogo è spettacolare, con
sullo sfondo i traghetti in partenza ed il cielo infuocato, lo sperone che
fa da trampolino sembre un drago che apra la bocca per mangiarsi i
clavadistas. Ma il tempo di permanenza a Mazatlan per noi è terminato,
occorre riprendere un bus direzione nord (dove alla fine della playa norte
si trovano i grandi alberghi dei turisti) per la central camionera da dove
con un bus Elite andremo a sud. Visto il ritardo del pulman che è de paso
(quindi fa più fermate) occorre arrangiarsi per cenare all’interno del
terminal e mi lancio nell’Istant Lunch (20p) come molti indigeni. Si
tratta di spaghetti /noodles in scatola che vengono reidratati con acqua e
messi a scaldare per
20”
nel micronde. Una roba che creerebbe dubbi sulla commestibilità al mio
cane, ma la temperatura ustionante toglie qualsiasi possibilità di
distinzione (mi han pure chiesto se volevo la versione camarones o chili,
optando per la prima ma potrebbe essere stata anche alla ternera o alla
calabaza che nulla cambiava) della schifezza che si ingurgita. Con quasi
un’ora di ritardo partiamo per Morelia, riscaldamento accesso durante la
notte quindi non occorre recuperare coperte o sacco a pelo per la nottata,
al seconda consecutiva in viaggio.
29° giorno
Arriviamo a Morelia dopo
12:45 di viaggio, oltre ad un’ora recuperata di fuso, con un bus (6p)
andiamo in centro, ma è una soluzione che sconsiglio perché i bus girano
sulle direttive prossime al centro senza entrarci, a differenza dei
piccoli combi che vanno ovunque e costano uguale. Dopo un lungo girare a
piedi troviamo da dormire allo storico Hotel Señorial (115p), storico in
tutto perché sembra uscire dritto dritto dagli anni
40’
senza nessuna variazione, né alle camere né al patio su cui queste
danno. Nei dintorni è pieno di comedor, ne scegliamo uno a caso lunga
la Jimenez
angolo Tapia (sono senza nome) dove cadiamo sulla specialità locale,
gigantesche quesadillas preparate al momento e fritte, ripiene, oltre che
di formaggio, di quello che si preferisce. Il Mercado Dulce, che si trova
proprio da queste parti è un paradiso senza fine delle ghiottonerie
dolci, sovente fatte con frutta caramellata predispote in coreografiche
confezioni, ma ci si può trovare di tutto, da camisetas, a preziosi
oggetti d’argento o tanto cuoio e pelle lavorata in mille maniere, posto
ideale per le ultime spese del viaggio. Però il richiamo principale della
città è per tutti la sua cattedrale che mette assieme più stili
architettonici e che sorge nel mezzo di 2 ampie piazze. Strano ma vero non
si paga ad entrare, così possiamo vedere una scultura in mais essicato
che raffigura el Señor de
la Sacrestia
, veneratissimo dai moreliani. Tutti i palazzi limitrofi sono classiche
costruzioni coloniali, gli spagnoli scelsero Morelia come luogo preferito
nel loro lungo periodo di stanza nel nuovo mondo (molto più salubre del
DF, paludoso e malarico), così pian piano iniziamo le vari visite
passando dal Palacio de Justicia all’interno
del quale sorge un piccolo museo che ripercorre la storia fotografica di
Morelia per passare poi ai luoghi di Morelos, personaggio fondamentale
dell’indipedenza messicana, di cui si trova uno splendido murales nelle
scale del Palacio de Justicia. Le case di Morelos sono più significative
per quello che rappresentano che per quanto si possa vedere, ma passarci
ne vale la pena, soprattutto in questo momento che coi festeggiamenti del
bicentenario dell’indipendenza tutto è tirato a lustro e ben
illustrato. Andando verso est si raggiuge Plaza Villalongin da dove parte
il lungo e ben conservato acquedotto, ed in Plaza Morelos c’è il
fiabesco Santuario de Guadalupe, forse l’interno più psicadelico di
tutte le costruzione religiose del Mexico. Risaliamo la pedonale ed
alberata calzada Fray Antonio de San Miguel, tempio degli universitari
locali per immergerci nella Morelia casuale, passando tra vie e piazze
sempre molto affollate. Il massimo della vita si ritrova nel Jardin de Las
Rosas, trovarci un posto per cenare è un’impresa anche perché tutti
bevono e nessuna mangia, così come fatto sovente nei giorni passati
preferiamo optare per un dei soliti comedores in zona del nostro hotel,
che non saranno il massimo della forma ma garantiscono una sostanza non
indifferente a prezzi irrisori (45p). Per finire un giro serale tra i
luoghi di Morelia illuminati a dovere prima di incontrare un letto vero e
proprio dopo 2 notti di fortuna, devo però dire che le attese per Morelia
erano alte causa il tanto parlare della città tra i viaggiatori
incontrati ed i messicani stessi, invece non ne ho colto questa
magnificenza, una bella città coloniale ma in Mexico ho visto di meglio o
forse di più caratteristico.
30° giorno
Colazione in uno dei
soliti comedor (30p) poi con un combi (6p,
30’
, a parte le isole pedonali passano praticamente e fermano ovunque)
raggiungiamo
la Central Camionera
e con un pulman Primera Plus (300p, 4:45’, senza nessuno di quegli
inutili controlli precedenti, ma sempre con in dotazione il kit pranzo)
raggiungiamo il DF arrivando al Terminal Norte. Da lì in metro (3p,
servono 3 cambi) ritorniamo all’Hostal Moneda che per una notta sola
costa 165p,
10 in
più rispetto al pacchetto da minimo 3 notti. Questa volta la camera da
sei è completa, spazi risicatissimi, ma camere miste, almeno qualche
vantaggio il pienone lo porta. Passato il natale lo Zócalo si mostra in
tutto il suo splendore, senza pista di pattinaggio, tribune e banchetti
vari, la vista sul Palacio Nacional e sulla Catedral è splendito, grazie
anche ad un cielo incredibilmente azzurro per il luogo. Visto che la città
la conosciamo già piuttosto bene ne approffitiamo per un giro in tutta
traquillità con meta il mercado de Artesanías
la Ciutadela
, uno dei migliori del centro, luogo ideale dove investire gli ultimi
pesos rimasti. Dopo averci passato qualche oretta, da qui a piedi
raggiungiamo
la Alameda
(parco-via) per farci anche noi una vasca preserale dove rimirare
illuminato splendidamente il grande e maestoso Palacio de Bellas Artes,
per poi finire ad investire gli spiccioli avanzati in un’ultima cena a
La Pagoda
(140p, non è un ristorante cinese!) in avenida 5 de Mayo, posto scelto
dalla grande calca di indigeni, rivelatosi ottimo, sia per qualità,
quantità e varietà di piatti proposti. Un posto popolare ma
frequentatissimo da giovani e menogiovani. Ovviamente la cena sarebbe
stata compresa all’hostal, ma essendo l’ultima ci siamo regalati
qualcosa di gustoso cercando di non andare oltre alle spese previste per
l’indomani (servono solo i 3p per la metro) e finendo così
chirurgicamente i pesos rimanenti. Rientrati all’hostal per un’ultima
serata in terra mexicana da passare sulla solita vivacissima terrazza,
finiamo per dover giustificare l’anomala situazione politica italiana ad
un professore dell’università di Vancouver di origine coreana (in un
viaggio di 6 mesi, uno dei quali passati a far volontariato in Guatemala,
con un passato di 2 anni in Italia) ed una ragazza argentina (al primo
giorno di un viaggio senza una precisa data di ritorno, beata lei) che
proprio non si spiegano l’immobilismo politico che ci attanaglia nel
sostenere il caudillo locale. La conversazione diventa lunga mentre la
musica pompa a volume elevatissimo, dover pensare di abbandonare il
girovagare nel mezoamerica per rientrare nella nostra realtà è alquanto
pesante ma occorrerà abituarcisi.
31° giorno
Finita colazione nella
ormai casalinga terrazza , con la metro (3 cambi, e questa volta farli con
lo zaino è decisamente più pesante e scocciante) raggiungiamo l’aereoporto
Benito Juarez (l’eroe nazionale, di origine india, colui che portò a
tutti gli effetti il Mexico ad essere libero ed indipendente). La fermata
della metro è appena fuori dall’aereoporto, per arrivare alle partenze
internazionali occorre camminare per oltre un km. Chi volesse imballare il
proprio bagaglio sappia che costa più che in Europa, come al solito gli
aereoporti vantano prezzi esosi ovunque a prescindere dal contesto in cui
si trovano. Le procedure sono velocissime, l’imbarco e la partenza
puntuali, e così verso mezzogiorno siamo già in volo con un Airbus
Iberia (10:30’) al solito vecchio tipo per Madrid. Il menù di bordo è
identico a quello dell’andata così evito la pasta che poi sarebbero
tortellini al ragù, che ricordo inodori ed insapori. La carne è
decisamente meglio, poi per chi volesse ci si può servire autonomamente
sul fondo dell’aereo per il bere per tutto la strasvolata, considerando
che questo tipo di airbus ha gli schermi televisivi praticamente
inutilizzabili, è una ancora di salvezza. Adeguando il fuso a quello di
Madrid, ci viene servito uno snack serale e poi le luci si spengono.
32° giorno
Arriviamo in perfetto
orario al terminal 4S di Madrid Barajas, da lì con la metro interna
raggiungiamo il terminal 4, controllo passaporti, poi bagagli a mano e in
uno degli ultimi gate viene annunciato il volo per Bologna. A differenza
di qualche anno fa non ci sono più gli “acquari” per fumatori, se
proprio non riuscite a farne a meno occorre uscire e quindi rifare le
pratiche di accesso con controllo passaporti e bagaglio. Il volo Air
Regional è puntuale, viene servito un semplice bicchier d’acqua con ben
2 biscotti, ma ormai siamo a casa, giusto il tempo di decidere quali
saranno le prossime mete di viaggio che l’aereo tocca terra a Bologna,
ma come al solito quando si tratta di scovare un luogo da scoprire le idee
non mancano mai.
Per info -
Luca - fer4768@tiscali.it
www.catchweb.net |