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info@catchweb.net STORY #5
IL PRIMO
- Mamma, ho un buco nella tasca. Chiudimelo, non voglio perdere le mie duecento lire, per favore.
- Quante tasche hai?
- Una, due, tre, una anche dietro.
- E allora, stupido, mettile nelle altre due, io non ho tempo. Poi devi andare a giocare, adesso. Che ti salta in mente? Cammina, vai più lontano che puoi dalla mia vista e dalle mie orecchie. Tanto spazio e tu sempre qui a ronzare. Esci, prima che mi venga la nausea a guardarti ciondolare i piedi.
Così, col dito indice nel buco della tasca, Bambino uscì. Un piede dopo l’altro si arriva lontano, fino al prato. Pochi bambini giocavano ed erano già sulla linea dell’orizzonte. Mentre Bambino si avvicinava, il polso nel buco della tasca ormai sfondata, essi si allontanavano seguendo la rotondità della terra. Come la polvere spessa su un tavolo si allarga in cerchio quando si soffia, il gruppo di bambini si spandeva ad ogni passo di Bambino sempre più lontano.
- Dove andate? Fatemi giocare, devo star fuori, la mamma me lo ha ordinato.
Ma più urlava, meno i bambini parevano sentirlo. E poi erano tanto lontani.
Provò a gesticolare, ad alzare le braccia, e così facendo cavò la mano dal buco. Niente. Ciechi e sordi, i bambini si sentivano solo tra di loro. Del resto, nemmeno Bambino li sentiva più. Si sedette su una duna di verde e attese. Neanche una formica, una lucertola, una mosca. Si mise a guardare il cielo, ma non passava una nuvola. Avrebbe potuto immaginare guerre di mostri, gare di piume, ma il cielo era sgombro.
Cercò il sole per guardarlo tutto intero con gli occhi aperti fino a rimanere accecato, e poi abbassare le palpebre e vedere bollicine verdi in un fluido rosso. Ma non c’era più nemmeno il sole. Fosse stato già buio, sarebbe tornato a casa, giusto due minuti prima del Babbo, tanto per non sentirsi chiedere dov’era stato.
Doveva stare lì da solo, l’erba sotto le gambe nude che gli faceva il solletico, una voglia di niente, coi pensieri che restavano a metà.
Sentì, come una moneta fredda, qualcosa rotolargli giù dalla tasca bucata. Le duecento lire! Eccole. Con sollievo le guardò a lungo. Erano soldi opachi, unti, schifosi. Bambino pensò che erano stati in mano agli zingari, quelli con i capelli neri, lunghi e unti delle favole di Nonno. Immaginò un’infinita carovana di questa gente che si passava le monete tra le ciocche apposta per sporcarle. E il grasso andava dai capelli alle monete, mentre queste lasciavano su ogni ciocca un brulicare di pallini colorati, proprio come Bambino pensava fossero i microbi, però grandi, visibili. Poi, guardando meglio, si accorse che i microbi invadevano tutta la carovana, compresi cani e cavalli. Tutti, uomini, cani, cavalli, stavano in silenzio e camminavano. Solo i microbi sembravano vivi, allegri. E le monete tintinnavano ricadendo nel barile che gli zingari portavano al collo. Un sogno. Già tempo di tornare a casa.
Bambino si guardò intorno e si meravigliò della sensazione di aver perduto qualcosa pur avendo in mano i soldi. Non aveva altro con sé.
Si convinse che niente gli era caduto di tasca, guardò nell’erba alta, ma era buio.
Andando verso casa, si accorse di essere leggero, come quando andava a giocare a pallone senza pallone perché lo portavano gli altri.
Bambino dormì tutta la notte. Il mattino dopo era festa.
Bambino non riusciva, però, ad esserne completamente felice. Continuava a sentire la mancanza di qualcosa, non riusciva a concludere i pensieri, e questa impressione di assenza gli aveva procurato come un dislivello nella testa.
E non aveva torto.
Una cosa l’aveva persa, solo che non l’aveva mai vista, e ma i aveva pensato che esistesse. Così le cose mai viste non si possono desiderare, o avendole senza saperlo non ci si può accorgere di averle perdute. Ma ugualmente si avverte come un vuoto, un buco da cui cadono più cose che da una tasca rotta.
La cosa che aveva perso Bambino, rimasta nell’erba alta, aveva cominciato a sprofondare.
Come tutti i giorni di festa, anche quel giorno molta gente era arrivata nel prato.
Mamma, Papà e le Gemelle si erano messi proprio dove il giorno prima stava Bambino. Stesero la tovaglia sulla Cosa e cominciarono a mangiare.
L’entusiasmo delle Gemelle, al momento del gelato, si spinse fino alla zuffa per conquistare quello alla fragola. Sembrava proprio che ci fossero le fragole con i loro granellini, anche se negli ingredienti c’era scritto “sabbia”. Ma l’effetto sotto i denti era uguale.
- Guarda che razza di figlie- stava dicendo Mamma - ho comprato la confezione GRANRISPARMIOQUATTROGUSTI e loro non hanno né il senso dell’economia, né quello della varietà.
Papà dormiva. Vedersi attorno tutta quella gente che si azzuffava per conquistare la parte migliore delle confezioni gran risparmio lo disgustava. Così chiudeva gli occhi per non vedere e si addormentava.
La Cosa brillava sotto la tovaglia di carta ECONOMISSIMA, ma questa era troppo opaca. Le formiche, di sotto, soffocavano.
La Cosa decise di non balzare in tasca alle Gemelle. Mangiavano troppa sabbia. La loro mamma risparmiava troppo sui gelati. Cessò di brillare per timore di essere scorta.
In fondo, nel prato non si stava male. Da quando era caduta lì, il posto si era popolato di formiche, lucertole, rospi, api, serpenti. Non era sola, e quegli animali meritavano la sua compagnia.
Rospo, la prima volta che vide la Cosa, schizzò fuori tutta la sua acqua velenosa. Era come esaltato da quella presenza, la Cosa lo metteva fuori di sé e lui non riusciva a capire se era rabbia o entusiasmo. Avrebbe voluto essere rana per gracidare più armoniosamente, ma solo per quello.
Scoprì che lì, vicino alla Cosa, essere Rospo lo faceva sentire molto soddisfatto. Certo, non avrebbe potuto essere altro. Era sì un rospo, ma un gran bel rospo.
Quando Talpa vide quella luce, invece, le si tersero gli occhi. Vide il mondo fuori dalla sua tana e non volle fare altro che guardarlo. Sempre nero e un po’ di grigio in superficie, per una vita intera stancano.
Quel chiaro così violento, invece, che lei chiamò subito “smagliore” perché aveva sentito dare dei nomi simili alla luce, però per conto suo non ne aveva mai usati, le rivelò il verde, il giallo, la sfumatura che corre tra un fiore rosso e uno arancio. Per lei i colori andavano dallo scuro al meno scuro. Non aveva mai capito perché Topo dicesse di essere passato per l’erba ingiallita dal sole, di avere girato tra le margherite bianche con le punte rosse, e poi di avere passato il terriccio grasso e nero dove nascono i fiori viola. Talpa per andare in giro scavava una galleria in direzione dell’odore.
Formica invece, quando passò vicino alla Cosa, sentì le antenne vibrare forte. Credeva di avere trovato uno di quei cilindri che la gente dei pic-nic metteve nelle scatole da musica e che poi venivano allegramente scaricati nel prato quando le scatole cominciavano a emettere dei suoni più bassi e incerti.
Sì, era nel prato che la Cosa voleva passare l’inverno..
Da tempo non si facevano più pic-nic. Una brutta stagione era iniziata. Le piogge cadevano da mattino a sera al mattino successivo.
Solo un uomo e un cane venivano tutti i giorni a passeggiare.
A volte c’era il sole e stavano a lungo sul prato per giocare, per parlare.
A volte pioveva e andavano di fretta.
Il cane sollevava la zampa vicino agli steli più alti, che immaginava alberi, poi scappava svelto sotto l’ombrello del padrone.
La Cosa pensò che era tempo di farsi viva. Non sapeva come, sapeva con chi.
Un giorno di sole aveva seguito sei giorni di pioggia fitta, continua.
Cane era già venuto anche quel giorno. Si era soffermato a lungo ad annusare il terreno, e aveva aggrottato la fronte al di sopra della Cosa. Si vedeva che vibrava tutto, la sua coda era tesa, immobile, ma tutto il suo pelo fremeva al ritmo del naso. Frin fran frin fran, poi più veloce, frinfranfrinfran.
Cane era tutt’uno col suo naso e con quello che c’era lì in quel punto.
Sentiva odori.
Prima era tartufo, a poco a poco divenne selvaggina. L’odore era potente. Cane non aveva mai cacciato animali all’infuori dei rospi. Ma all’odore della carne vibrava, aspettava, non osava e chiedeva. Ricordava tutti i suoi parenti lupi che azzannavano, ricordava tutti i suoi amici uomini che chiedevano e aspettavano. Quell’odore sotto terra continuava a cambiare. Adesso era solo buono, il più buon odore che Cane avesse mai sentito. Guaì. Uomo accorse.
- Dimmi.
Cane abbaiò.
- Cerca, cerca.
Cane cominciò a scavare. Le sue zampe grattavano veloci e leggere il terreno. Una fontana di briciole scure gli copriva le zampe dietro e si spargeva sull’erba intorno. La gente cominciò ad arrivare. Erano tante persone. Sentirono il buon odore della terra bagnata e ricevettero spruzzi di terra sui visi asciutti.
Uomo e Cane si aiutavano a scavare. La Cosa continuava a cambiare odore, si mimetizzava, era tornata tartufo. Sapendo che l’avrebbero trovata, si divertiva a fare i suoi giochi.
Anche Uomo sentiva odore di tartufo, ed era diventato un po’ Cane nell’ansia di arrivare, di toccare.
Alt! La gente trattenne il fiato, Uomo e Cane erano immobili. Il tartufo che si presentò ai loro occhi era ben strano. Piccolissimo, un sassolino, ma profumatissimo, ma luminoso. Uomo prese nel cavo della mano quel granello e abbracciò il cane. Cane mise il muso sulla mano dell’uomo e la leccò. Diede due colpi di coda, era buona quella mano.
Uomo mostrò alla gente quella cosa, la gente applaudì.
E la cosa, la Cosa, cominciò a crescere, levitò sopra tutti.
La riconobbero.
Per tanto l’avevano cercata in tutti i loro gesti, in tutte le loro parole. Niente.
Qualcosa mancava sempre, ovunque. Credevano di avere le tasche piene, ma una briciola rotolava via, rapida.
Adesso la Cosa era sopra tutti, nuvola limpida, raddoppiava la luce del sole. Era di tutti ed era di un cane di mille razze e di un uomo, il suo padrone, il suo amico.
C’era qualcuno che era stato sulla Luna ed era tornato a mani vuote.
Non era in alto.
Non era nelle grandi cose.
Era così piccola, così in basso, che si doveva scavare per trovarla.
Questa Felicità.
AMZ
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