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STORY #4
LA GITA DEL DC


C'era una volta, nella bassa modenese, un'azienda molto grande, composta da vari edifici in cui vivevano tante persone. In ogni edificio, come nelle case, o meglio nei condomini, si creavano dei legami, delle amicizie e delle inimicizie, delle sopportazioni e delle indifferenze.
Uno di questi edifici veniva chiamato DC (prego, pronunciare all'inglese di-sì), per adornare con un'elegante sigla quello che in effetti era un enorme magazzino. Chi ci lavorava, un po', era gratificato dal bel nome. 
Anche al DC si era creato l'effetto condominio, anzi di più, l'effetto cortile: sul lungo corridoio degli uffici, con un'infilata di porte blu da un solo lato, ci si affacciava come un tempo s'affacciavano agli usci le massaie, a scambiare un parere o a badare alle faccende altrui. E come quelle fingevano di dover spazzare la soglia e di volerla ben lustra proprio quando nelle altre case si discuteva di cose interessanti, al DC si andava a fotocopiare in corridoio, o a bere, quando si manifestavano dei movimenti sospetti. 
Nei momenti migliori si poteva pensare a un cortile con tanto di galline, quando le risate chiocciavano fuori da una delle porte e rotolavano su e giù per tutto il corridoio, facendo allungare le orecchie agli inquilini tranquilli del resto del caseggiato.
Un bel giorno, gli abitanti del DC improvvisarono una gita. Non una gita aziendale, piuttosto un semi-ammutinamento fomentato dagli impiegati che ogni giorno andavano al ristorante in pausa pranzo. E che ogni giorno, al rientro, acquattati nelle auto che stancamente lampeggiavano in direzione del parcheggio sovrastato dalla massa grigia del DC, si chiedevano in silenzio come mai non si potesse proseguire sulla strada statale e andare... ovunque. 
La prima volta che il desiderio si era manifestato nel suo splendido e dirompente candore, gli acquattati si erano guardati l'un l'altro come se si fosse presentato Babbo Natale. La voce che aveva parlato era rimasta sospesa nell'aria, come sognata. Non seguì nulla, ma il desiderio aveva cominciato a insinuarsi nelle menti di tutti fino a trovare il desiderio gemello. Una festa. 
La cosa col tempo aveva preso corpo e si era perfezionata, tanto che un giovedì il piano fu pronto per essere messo in atto: non si doveva nemmeno andare a mangiare al solito ristorante, si partiva subito per la gita, alle 12.30.
La meta era il Veneto, dalle parti di Vicenza o di Treviso. Qualcuno si ricordava di un ristorante bellissimo in mezzo a un parco, e la strada per raggiungerlo era tutta alberata. In mezzo ai rami di quegli alberi si intravedeva sempre il sole.
Io c'ero.
Sulla Golf blu di Marco, che guidava, c'era la Samu davanti, e dietro c'eravamo io, la Bruna, la bambina bruna della Bruna, prelevata quel giorno da scuola apposta per la gita, e la Lorenza.
Ci seguivano un'altra macchina o due, e si erano aggregati anche degli infitrati, come Andrea che veniva a mangiare con noi solo raramente, ma che, vecchia faina, aveva capito troppo e non potevamo lasciarlo giù a spifferare tutto. 
La strada si svolgeva rapidamente sotto le ruote e il paesaggio era proprio come lo avevano descritto, dietro le chiome spoglie e rinsecchite degli alberi di febbraio: al finestrino di destra il rosso saliva come polvere dal suolo e si arrampicava stingendo verso l'arancio e il giallo. In cima c'era il viola che scendeva, oltre il tetto dell'auto, verso il finestrino di sinistra. Lì i colori erano freddi, c'era il cielo azzurrino che si sdilinquiva ingrigendo sul verde dell'erba. 
Da quella parte, tutto a un tratto, come trasalendo per il freddo dei colori circostanti, si affacciò la sagoma del Ristorante. Era una facciata enorme e leggermente concava, con volute barocche alle finestre e verso il timpano. Poteva essere una chiesa, di color ruggine un po' screziato d'ocra. Davanti il prato era verde, ma non coltivato con cura particolare, anzi, lo spiazzo per le auto e le corriere, polveroso e bianchiccio, lo stava evidentemente corrodendo. 
Abbandonammo la statale e scendemmo con l'auto per una stradina dello stesso colore del piazzale.
<< Adesso impolvero tutta la macchina >> si lamentava Marco. 
La Samu, rigida e impaziente, non si era mai girata durante tutto il viaggio. I capelli lunghi e striati di ciocche biondastre e sfibrate stavano immobili e pesanti, dal sedile posteriore si percepivano come un tutt'uno col poggiatesta, come se il poggiatesta fosse una faccia di velluto con i capelli della Samu. Io avevo dei dubbi che fosse lei, lì davanti, ma quella persona fumava, e le dita che reggevano la sigaretta erano le Samudita. 
Nessuno aveva fame, nemmeno la bambina bruna della Bruna, che a guardarla bene somigliava alla Sarabisi. Ma la Sarabisi doveva essere su una delle macchine che seguivano, al momento però invisibili. Forse i nostri compagni di viaggio si erano persi, forse erano tornati al DC, o forse si erano semplicemente fermati ad ammirare il paesaggio. Noi stavamo girando su e giù da un po' per cercarli, ma non arrivava nessuno. Intanto si era persa anche la bambina bruna della Bruna e bisognava andarla a cercare. La Lorenza non voleva scendere, se ne stava beata in mezzo al sedile, con gli occhi trasparenti che assorbivano i colori freddi e li filtravano scaldandoli. Una corriera di bambini di carnevale, molto probabilmente una scolaresca, si fermò nel piazzale e scaricò non meno di cento mascherine, con coriandoli, stelle filanti, parrucche e tutto l'armamentario. Probabilmente la bambina bruna della Bruna si era mescolata a loro. Io ero stufa di stare in macchina, tanto tanto non mi stavo divertendo. Intanto ci eravamo fermati nel piazzale, con le portiere tutte aperte e io allungai una mano per prendere una parrucca a un bambino. Alcune erano gialle, altre azzurre, rosse, bianche, tutte a riccioli. La parrucca che riuscii ad acciuffare, però, era la più normale del mondo, castana, liscia e con un taglio a caschetto pettinato con la riga in mezzo. 
Mi venne il dubbio di avere rubato il parrucchino a uno degli insegnanti che accompagnavano i bambini, e per evitare che qualcuno venisse a reclamare qualcosa, lo misi in testa a Marco.
La Samu, per la prima volta dall'inizio del viaggio, si mise a ridere, girandosi e scoprendo le gengive superiori. Marco era contrariato, ma anche incuriosito. Solo che non se la sentiva di continuare a guidare conciato così, e non trovò nulla di meglio che venirsi a sedere dietro. Il posto adesso era veramente poco sul sedile.
<< Vado io a cercare la bambina >> dissi, più spinta dalla voglia di liberarmi dall'improvviso incremento demografico che dall'altruismo.
<< Ma dove vai a cercarla? >>
<< Qui, giro a destra. >>
Appena dietro la Golf girai alla mia destra e mi ritrovai... in centro a Bologna! Ma non eravamo in Veneto?
Forse l'autista aveva le idee un po' confuse.
Riconobbi Via Zamboni, ormai era l'imbrunire, e sotto i portici che stavano diventando grigiovioletti come l'aria c'era buon odore di vento appena placato e poca gente. Lì, all'altezza della Facoltà di Lettere, sopra un paracarro basso, largo e piatto alla sommità, stava Andrea, dritto come un palo, con le mani nelle tasche verticali del suo giaccone di velluto giallo zucca. Girava su se stesso e scrutava i passanti. 
<< Cosa fai? >> mi avvicinai cauta, non sapendo se ero gradita.
<< Sto cercando gli altri. Li ho persi. >> era tranquillo, potevo stare.
<< Anche tu? Vieni in macchina con noi, siamo già in sei! >>
<< No, sto qui, tanto devono passare per forza da questa parte. >>
<< Anche la mia deve passare di qui >> dissi riferendomi alla bambina bruna della Bruna << ti faccio compagnia.>>
<< Sediamoci allora. >>
Il gradino del portone di Lettere non è mai stato comodo, né pulito, ma Andrea non lo sapeva, non avendo studiato lì. Mi sedetti alla sua destra schifando un po' quella soglia grigiazza sbeccata e lo guardai in faccia da vicino. Aveva tre piercing in faccia, uno all'angolo sinistro del labbro inferiore e due sul mento. Sulla pelle abbronzata e liscia brillavano tre diamanti.
<< Ma che cosa ti sei fatto, ti è scoppiata la testa? >> gli dissi divertita.
<< Per i piercing? Intanto avevo dei brufoli, e poi devo risparmiare più pelle possibile. >>

...ture al di sotto delle medie stagionali almeno fino a sabato ... 

Chi è? La sveglia. La sveglia? Ma dov'è il portico? Me... sono le 7! Non ho trovato la bambina bruna della Bruna. Tornerà da sola. Non so nemmeno che cosa mettermi. Porca vacca, raccolgo le due idee che si affacciano in mezzo alle orecchie, i pantaloni neri e il maglione grigio. Devo andare o farò tardissimo! 
Dove? al DC. Eh!

AMZ

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