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STORY #10

Piccolo ragazzo del porto
E mi ricordo che c’era un ragazzo. E io è da tanto che non ci vado più la, ma sono convinto che ancora ci sia. Tra quelle viuzze strette, formate da case storte, da piccole insegne di piccole locande, da cumuli di vecchie reti, straziate dal mare. Da parole. Da parole di persone che sanno di mare, Di persone che sanno cosa è la costante sfida della vita. Parole di persone che valgono oro e che comunque non è facile avere, comprare, ascoltare. Mi ricordo che c’era un ragazzo che rubava i pesciolini dietro i ristoranti per portarli ai gatti del porticciolo. Un ragazzino che per vivere rubava al vento quelle parole, di Sciacchetrà e tabacco, e mare. Così preziose, così care. Che per assaporarle meglio se le portava sugli scogli, saltando da una roccia all’altra, fino ad arrivare su quella punta sotto la ferrovia, a farsi baciare dalla luna, che sapeva già quanta strada avrebbe fatto quel ragazzo, e che forse sapeva già anche cosa voleva. A farsi accarezzare dal mare, dalle onde. Non era niente facile parlargli. Aveva paura. Camminava a testa alta per le vie del porto, è vero. Sedeva solo ai vecchi tavoli delle locande a notte fonda, sorseggiando le più svariate fragranze. Ma non erano i coltelli a fargli paura. Non voleva che la gente scoprisse il suo reato. Il vento salato a cui rubava l’anima invece che regalargliene una.
Come spesso accade, mi ricordo che venne anche per lui il momento di imbarcarsi. Lontano.
La gente del paesino del porto quasi non se ne accorse, forse qualche bambino, forse qualche giovane ragazza che lui neanche sapeva esistesse. E i gatti, che gonfiavano l’anima del vento del loro miagolare, forse senza neanche sperare che potesse arrivare fino al loro giovane amico ladro. Orizzonti, soli lune e mari, mercati, e compagni di viaggio, ognuno con il suo porto, il suo paesino, nel quale nessuno sentiva la sua mancanza. Iniziò a imparare a parlare. Con gente che non aveva mai rubato. Iniziò a regalare odori inebrianti, sottili dolori di unghie affilate, boccate di fumo, lune e soli, pensieri e baci che nessuno conosceva. Un tesoro immenso cominciò a fiorire in lui. Un tesoro rubato al vento.
Tornarono poi a brillare i falò. Delle interminabili notti di festeggiamenti alla fine della stagione. La stessa acqua mai uguale, le stesse piccole barche che lo accompagnavano a camminare sul mare, a cercare di sfamarsi. Aveva lo stesso odore del vento ormai. Quasi nessuno lo capiva, quando si fermava sotto la locanda ad aspettare i suoi piccoli variopinti amici con due pesci, a cui non aveva rubato nulla. Faceva anche fatica ad ascoltarsi ormai, ad addormentarsi, solo, quando il vento fischiava, giù nella galleria, quando scuoteva i grandi ulivi, le viti, le vite che un paese aveva preziosamente custodito.
Arrivò della gente da lontano, un giorno, un giorno prima che il vento riuscisse a portarsi via il piccolo ragazzo del porto. Dalla rotonda finestra della sua camera umida li vide arrivare, da quella terra che spariva oltre i monti terrazzati, quella su cui nasceva il sole. Tutto gli sembrò più strano. Gli odori delle focacce e delle erbe aromatiche che saltavano fuori dalle finestre, si fermavano lì, non galoppavano assieme al vento fino infondo al suo cuore, per poi scappare lontano… Quella sera volle gustarsi il suo mondo. E scappò su quella punta, dove le luci del paesino e delle lampare non arrivavano ma si potevano vedere. E una ragazza con un piccolo gatto. E l’odore di un vento che non c’era, che non era mai passato di lì. E la luce di una luna che non era la solita. Non capiva come potesse non essere solo. Ma c’era una ragazza, con un piccolo gatto nero in mano e l’odore di un vento strano.
Si abbracciarono, per sfuggire al freddo di un vento che quella sera si era fermato. In silòenzio. Un silenzio che il piccolo ragazzo del porto forse non aveva mai conosciuto, il silenzio che non troverai mai nol vento. Un tesoro infinito che mai nessun bastimento ha trasportato. E in nessun vento aveva mai sentito soffiare. Per le strette vie in cui si incanala la Tramontana e sulle spiagge sferzate dal Libeccio e dallo Scirocco, va tranquillo. Forse sarà il vento a rubargli un giorno quei minuti. Ma non si porterà di certo via il piccolo ragazzo del porto con il suo amore.
Non è niente facile parlargli, ha paura che qualcuno scopra il suo tesoro, e che torni a volare, in un vento che non era mai passato di lì, si perda.

17.7.2000 Matteo Cipolla


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