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CINETECA COMUNE DI BOLOGNA
comunicato stampa del 28-01-2012
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A febbraio in
Cineteca
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A proposito di film di oggi e di
film di ieri
Da molti anni al centro del cinema di
Martin Scorsese c’è la volontà di restituire al mondo la
bellezza, la ricchezza, l’urgenza, la complessità dei film che
ha amato. Non solo attraverso le opere, di fiction e documentarie,
che ha diretto, ma anche guidando, ogni anno, con esigente
competenza e passione, diversi grandi progetti di restauro
attraverso la Film Foundation e la World Cinema Foundation. Hugo
Cabret è un sorta di perfetto punto di arrivo di questo
lavoro di ricostruzione della nostra memoria: un meraviglioso film
d’avventura, ma anche una compiuta riflessione sul cinema e
sulla sua infanzia: attraverso gli occhi dei due giovani
protagonisti scopriamo Méliès ma anche i Lumière, Harold Lloyd,
Buster Keaton, Georg W. Pabst, … Avrebbe potuto essere
un’asettica e inutile lezione sulla cinefilia, è invece un film
di una sincerità emozionante, che sa usare in modo magico,
stupefacente, il 3D, che ci fa tornare tutti spettatori innocenti,
come quelli che hanno assistito alle prime proiezioni del cinématographe
Lumière. Per tutti questi motivi il programma di febbraio ha al
centro Hugo Cabret che mostriamo in 3D nella sala di prima
visione, e che ispira anche la programmazione del cineclub, con
una retrospettiva delle opere di Scorsese che affianca una
selezione dei capolavori dell’Arte muta citati dal film, alcuni
dei quali recentemente restaurati dalla Cineteca di Bologna e
protagonisti di memorabili proiezioni nelle scorse edizioni del
Cinema Ritrovato.
Un nuovo cinema?
Certamente questa in corso è la
migliore stagione da molti anni, non certo per il botteghino, che
va assai male, ma per la varietà e ricchezza dei film d’autore
che abbiamo visto. Eppure non vi è dubbio che, mai come oggi, il
cinema libero, quello che ci ha formato e che amiamo è
accerchiato e in pericolo. Per questo siamo felici di accogliere
una delle voci più libere del nostro presente, citato da Vinicio
Capossela nel suo ultimo album, il cineasta ungherese Béla Tarr,
tanto noto agli specialisti quanto sconosciuto al grande pubblico.
In trent’anni ha realizzato nove lungometraggi (ma Sátántangó
dura sette ore!), creando un’opera sulla dignità umana,
plasticamente unica, audace, personale, misteriosa che genera una
nuova realtà, parallela e siderale. Vera ossessione per i
produttori, ha vinto all’ultimo Festival di Berlino l’Orso
d’argento con Il cavallo di Torino. Ha affermato, “Io
non mi sono mai ritenuto un regista: pensavo che la mia unica
missione fosse cambiare il mondo”.
E a fine mese la diciottesima edizione
di Visioni
italiane, ampio,
documentato, necessario sguardo sul cinema
indipendente italiano.
carlo mazzacurati e gian
luca farinelli
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Cous
Cous
Regia: Abdellatif
Kechiche
Dello stesso regista ricordiamo
il bel film "Tutta colpa di Voltaire". Siamo nelle vicinanze
di Marsiglia, città bella e regno del noir, una Napoli francese in cui
bisogna essere uomini duri per vivere.
Anche questa volta, con i suoi
attori non professionisti, ci racconta la storia del portuale
sessantenne Beiji. Una vita precaria, una famiglia spezzata, insomma un
mondo difficile in cui l'età rende vulnerabile un uomo forte e attivo.
Partendo da qui lo seguiamo nelle sue peripezie familiari e nel sogno di
aprire un ristorante di cous-cous tutto suo. Viviamo la depressione da
fallimento e la tensione di chi ritrova una motivazione nella vita,
anche se per i più "impossibile", non avendo certezze da
offrire alle banche, né ad eventuali soci; ma la sua famiglia comincia
a crederci ugualmente con lui. Divisioni legali, sentimentali,
caratteriali diventano il motore di una nuova unione, della ricerca di
riappropriarsi della propria vita. Non è certamente la trama ad
avvincere, alcune scene potevano essere limate vista la lunghezza del
film, ma la semplicità con cui vengono esposte le piccole grandi
ingiustizie della vita e la leggerezza con cui é rappresentata la
pesantezza del vivere vale il prezzo del biglietto. Non è importante
"arrivare", l'importante è sognare e crederci, e Kechiche ce
lo mostra come qualcosa di normale. Una denuncia più valida di tanti
discorsi elettorali, fatta magari di stereotipi ma pur sempre un bel
elogio alla differenza, né paternalista, né astioso. - CLANDESTINO
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