|
RECENSIONI FILM paradise now Regia
: HANY
ABU-ASSAD
Esistono film che prescindono il lato artistico, vanno al di là di
quello che vediamo e questo capita prevalentemente con tutto ciò che
riflette un universo troppo complesso e lontano dalla nostra vita
quotidiana. Nel recente passato mi vengono alla mente opere come THE
BELIEVER e LA POLVERIERA, racconti di fatti veri, duri, inquietanti e
stranianti. Questo PARADISE NOW si inserisce sulla scia di quelle
pellicole. Per noi abitanti di un primo mondo che vediamo i maggiori
problemi all'ora del telegiornale, entrare in un universo come quello
del conflitto tra Israele e Palestina non è semplice e per abitudine
tendiamo a prendere le difese di un lato o dell'altro più per via di
sensazioni che di dati di fatto. Quindi la visione di questo film
inquieta, i protagonisti non sono così diversi da noi, conducono
un'esistenza certo differente, ma non impensabile, eppure pensano in una
maniera a noi incomprensibile.Perchè farsi saltare per aria come
kamikaze, perchè sentirsi utili solo in quella maniera quando non
stiamo vedendo la storia di 2 emarginati al lato della società? Già,
perchè tutto questo? Il film cerca di entrare proprio in questo
meccanismo a noi sconosciuto, non a caso il sottotitolo è proprio '24
ore nella testa di un kamikaze'. Vediamo tutto filtrato dai loro occhi
dalle loro idee e dai loro modi di essere, veniamo messi a confronto con
persone che hanno vissuto fuori da quel contesto e che ci rappresentano,
pensiamo che quelle persone possano essere la salvezza di tutti ma
proprio lì capiano che questo modo di star vicini a loro può essere la
condanna definitiva o,al loro modo, la spinta vitale. Va visto, rivisto
e possibilmente assimilato questo film, che viene girato da un
palestinese ed ovviamente presenta i ghetti di Nablus e le vie dorate di
Tel Aviv. Ma che ben difficilmente potrà essere apprezzato dalle 2
sponde in lotta perchè analizza analiticamente ogni aspetto della
situazione. Poi, a margine di tutto, è anche un film ben fatto,non cade
nel moralismo, nella pietà verso chi sta male ed è bistrattato, ma
nemmeno colpevolizza indistintamente chi sta sul lato buono del confine.
Pregio non da poco per il regista, che lancia un messaggio forte e ben
comprensibile, creando un mix perfetto di rappresentazione sociale e
visione cinematografica.
elle.ci
|