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RECENSIONI FILM
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LA
DOLCE VITA
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KIPPUR
Regia:
AMOS
GITAI
Ero ferma lì, davanti allo schermo del televisore. Il video aveva cominciato a svolgere pian piano il nastro. Ecco le prime scene: un giovane cammina per le strade deserte di Haifa, città natale del regista. Giunge a casa di quella che presumo essere la sua ragazza, fanno l'amore tra piccoli secchi di vernice colorata che pare tempera, se la rovesciano addosso. Si colorano nell'amore. Il giallo, il rosso, il blu, il nero, il verde. Sui loro corpi divengono un solo, strano, non ben decifrabile colore. Ma è il 6 ottobre del 1973, è lo Yom Kippur (giorno dell'espiazione) del '73. Il ragazzo torna in strada, la radio dice che alle 14:00 truppe egiziane e siriane avevano sferrato un attacco nelle regioni del Golan, occupato da Israele dai tempi della guerra dei Sei giorni (5-10 giugno 1967) e dell'altopiano del Sinai, il vecchio e sacro Sinai.
Accanto al ragazzo, il sergente Weinrab (Liron Levo), su una scassatissima Fiat 124 bianca, c'è ora un altro giovane, il tenente Ruso (Tomer Ruso): stanno cercando la loro unità, vogliono recarsi al fronte, far parte della Storia di Israele. Parlano di Golda Meir e del governo, di Marcuse e del consumismo, del "liberarsi dalla pubblicità per non essere alienati da falsi bisogni indotti" (cfr. Marcuse, L'uomo a una dimensione).
L'unità non si trova e i due finiscono per far parte di un corpo responsabile dell'evacuazione dei feriti dai campi di primo soccorso e dalle zone di combattimento. A parte le comprensibili disperazioni momentanee dei protagionisti e dei loro compagni, per la maggior parte del film, le giornate scorrono lente, uguali, costruite sulla base di un modello immutabile, ciò fino all'abbattimento dell'elicottero su cui "i nostri" si trovano. Poche immagini crude, niente sprechi di succo di pomodoro insomma. Nessun sensazionalismo, l'unico aspetto forzato di questo film è la lentezza: per chi, come me, non ama i film lenti ciò può essere uno scoglio, ma serve a definire le dimensioni di spazio e tempo dentro cui sono i personaggi, lontani dall'essere i supereroi muscolosi dei soliti film filo-atlantici. Manca l'azione che porterebbe i protagonisti ad essere al centro del loro mondo, spesso il dialogo cade, tutto è immobile, sembra che non si respiri. C'è solo la spersonalizzante e soffocante guerra. Far parte della Storia forse è altro.
Chi vuole invogliare qualcuno a noleggiare una videocassetta non deve raccontare il finale, in questo caso però penso di non ledere nessuno, visto che già dalle prime scene si presagisce quale potrà essere l'epilogo (e con questo non intendo dire che sia un film scontato, anzi, attendi di vedere se veramente hai compreso tutto, sin dal principio). Dopo l'incidente, Weinraub decide di tornare tra i colori, ad amare tutti i colori e a trasformarli in uno. Chiari sono i riferimenti alla "body-art" degli anni '70, ma il messaggio è ancor più chiaro...
Scorrono i tioli di coda e non sono sicura che il film mi sia piaciuto del tutto. Ci devo riflettere su. Come ho già detto è poco "dinamico in azione". L'orrore della guerra però va vissuto nel suo tempo reale, dilatato, nell'attesa che succeda qualcosa, che ci sia un corpo sfinito e colpito da portare in salvo, nell'attesa che l'elicottero arrivi a destinazione ma nella speranza che non parta senza di noi, lasciandoci sotto il fuoco nemico. Questo, che più che un film si potrebbe definire un documentario con attori, è "dinamico in pensiero e in contenuto".
AMR
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