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RECENSIONI FILM
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LA
DOLCE VITA
il
giardino di limoni
Regia:
Eran
Riklis
Produzione: Israele-Germania-Francia
Per il Festival di Berlino 2008, Eran Riklis confeziona un racconto
allegorico dove i simboli faticano a restare nei limiti di una realtà
che già di suo denuncia riferimenti di ben altra gravità. La guerra
infinita di possesso, potere, diritti, storia, espropri, appropriazioni,
violenze e tradizioni questa volta non si manifesta con bombe, attentati
e sangue, ma si combatte a colpi di limoni e carte bollate, rimanendo su
una linea di confine che sembra uno scherzo. La preoccupazione dei
servizi segreti israeliani per il rischio comportato da un campo di
alberi di limoni ultradecennale, proprio al limitare della nuova
abitazione del Ministro della Difesa israeliano, non si cura della
proprietà, del valore affettivo e dell'importanza che questo ha per la
sua proprietaria (una eccezionale Hiam Abbass). Ad aiutare la signora
palestinese c'é solo un giovane, disordinato avvocato 30 enne, di
rientro dalla Russia dove ha preso l'abitudine di mangiare sardine in
scatola e teme sempre di avere le mani maleodoranti. Questo piccolo
dettaglio spiega la cura e la concretezza di un film capace di
concentrare la complessa questione mediorientale in un fazzoletto di
terra e una manciata di personaggi.
Senza voler demonizzare nessuno: il ministro non é un mostro, ma
semplicemente indifferente; sua moglie, spesso confinata a casa e in già
in crisi di suo, vorrebbe tanto aiutare la sua vicina di cui però non
conosce la lingua, non riuscendo così ad andare oltre a una muta intesa
a distanza e una esplosiva intervista nei confronti del marito.
Quanto ai palestinesi, e questa é l'assurdità che più dovrebbe fare
imbestialire, anziché prendere le difese della donna e del suo giardino
di limoni si preoccupano di difendere "l'onore" del suo
defunto marito mettendo in guardia la piacente vedova. Tra tribunali e
servizi televisivi, i limoni diventano un caso internazionale; ma alla
fine sono solo le donne, dai due lati della frontiera, quelle capaci di
rispettare e amare la terra, non come strumento politico. Senza voler
cadere nella retorica sono anche le uniche in grado di difendere valori
universali contro gli estremismi che oggi dilaniano i due contendenti.
La scena finale racchiude tutta l'incomprensione e la mancanza di
dialogo tra i due popoli. - Alibabà
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