RECENSIONI FILM
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LA DOLCE VITA


il caimano

Regia: Nanni Moretti
Proviamo ad andare con ordine, anche se mi risulta assai difficile davanti a quest'ultima opera del grande Moretti. Di questo nevrotico artista, si può pensare il meglio o il peggio, ma sul piano oggettivo dello sviluppo storico, nessuno più di lui appare in grado di riuscire a prefigurare le imminenti magagne nazionali così come già accadde in "Io sono un autarchico" (1976) e "Ecce bombo" (1978) descrivendo la crisi dell'ultrasinistra, il disincanto e alla fine lo sfascio esistenziale di una generazione di rivoluzionari. Militanti barbuti che si infliggevano improbabili sedute di "autocoscienza maschile"; ragazze che "facevano cose e vedevano gente"; un piccolo mondo grottesco che se ne andava. "Il comico si annida nelle cerniere della storia come una ruggine corrosiva" scrisse Alberto Moravia. Ma se l'universo dei gruppuscoli sembrava minima e misera cosa da raccontare, non così fu dieci anni dopo la fine del comunismo in Palombella rossa (1989), con deputato del Pci in palese crollo psicoemotivo: "Siamo uguali, però siamo diversi", prima di essere raccolto dagli infermieri della neuro. Sempre in anticipo sulla scissione e la nascita travagliatissima del Pds, si dedicò a La Cosa (1990): un vero viaggio nelle sezioni di un partito che ondeggiava tra il caos più pauroso, le lacerazioni e il furbo ridimensionamento delle speranze, "una vera lezione di giornalismo" scrisse Rossana Rossanda. 
Un altro anno e la rovina da prevedere e accompagnare nella concretezza delle vicende fu quella di Craxi. Il portaborse, film di Daniele Luchetti, si impone perché Moretti incarna l'odiosa figura del ministro Botero, ricostruito come cinica sintesi di Martelli e De Michelis. Di lì a qualche mese la fine ingloriosa del garofano è davanti agli occhi di tutti. Nel mezzo ci sono diversi film non-politici. Storie di preti, di amori, malattie, solitudini, bambini. Pellicole riuscite e altre meno. Ma qui vale ricordare il rabbioso sgomento per la sconfitta e l'ormai malinconica delusione, anzi addirittura l'estraneità che in "Aprile" (1998) Moretti riserva alla stessa sinistra finalmente, ma invano, giunta al potere. Gli ombrelli neri sotto la pioggia dopo il trionfo berlusconiano; le navi cariche di albanesi; e l'ormai celebre tormentone che sanziona la trasformazione del militante in un tifoso davanti alla tv, con tanto di spinellone fumato sotto gli occhi della mamma: "D'Alema, dì qualcosa di sinistra!". Se, come spero, il berlusconismo ha le ore contate, e un certo cinema anticipa la realtà, a pochi giorni dalle elezioni vale la pena ricordare che da più di trent'anni non c'è disastro, né pubblica disfatta o depressione di fede o di regime che Moretti non abbia previsto e illustrato, solitamente con una risonanza che dovrebbe impensierire il Cavaliere. Fino a prova contraria il morso del Caimano è destinato a lui.  N.Moretti nel film compare due volte, la prima dopo circa mezz'ora e la seconda nel finale. Il regista interpreta uno dei possibili attori protagonisti contattati dal produttore Silvio Orlando per un film su Silvio Berlusconi intitolato appunto «Il caimano». Nella prima sequenza Moretti è in macchina con produttore e regista (Jasmine Trinca) e, mentre canta «Lei», rifiuta la proposta di fare il film. Nella lunga sequenza finale invece è nei panni di Silvio Berlusconi durante il processo a suo carico incalzato dalle domande di Anna Bonoaiuto-Ilda Boccassini. Un Berlusconi che si difende attaccando e che, in un finale particolarmente minaccioso, aizza la gente comune contro i giudici che, a suo dire, invece di applicare la legge decidono al posto degli elettori. In entrambi i casi le sue apparizioni sono una spinta vitale per il film che ristagnerebbe, a mio giudizio, troppo sulle vicissitudine famigliari del produttore Silvio Orlando. 
Pensandoci bene, stranamente Berlusconi nelle sue molteplici apparizioni televisive non ha mai parlato di Moretti. Mai addirittura risulta averne pronunciato il nome, neppure al tempo dei girotondi, quando di colpo, un giorno di carnevale del 2002, il regista fuoriuscì dai suoi film per entrare sia pure brevemente, ma da protagonista, nella vita pubblica italiana. Probabilmente il premier teme di non avere risposte consone; forse, da uomo di comunicazione e di spettacolo, non vuole fargli pubblicità. Tuttavia, nella grande battaglia per la conquista dell'immaginario, in quello spazio dove la politica entra in collisione con l'energia delle immagini e dei simboli, si tratta di uno scontro epico, e per certi versi magari a suo modo perfino terminale. Nel tentativo di chiudere questo ragionamento fatto a recensione mi trovo come d'abitudine nella marea di dubbi e perplessità tipici della sinistra perdente e anti-governativa ma anche a dover lasciare spazio a una nuova piacevole sensazione frutto della eterna speranza di chi ormai ha visto lo scempio di tutti i nostri valori. Un saluto morettiano: "Non perdiamoci di vista... ". 
FERRARA ANORESSICO