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RECENSIONI FILM
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LA
DOLCE VITA
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la
lingua del santo
regia:
CARLO
MAZZACURATI
anno 2000
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2000, LA LINGUA DEL SANTO
è scivolato via senza impressionare troppo la critica e senza sconvolgere
i botteghini dei cinema, troppo avvolto dalle umide atmosfere lagunari in
cui è ambientato. O forse, come capita spesso per gli autori troppo
annuciati da giovani, Mazzacurati paga ancora lo scotto di essersi
presentato alla ribalta del cinema italiano da giovane sconosciuto con un
film ( NOTTE ITALIANA ) di cui tutti parlarono come la rinascita del
giovane cinema italiano senza poi crederci più di tanto. Da lì in poi,
la carriera di Mazzacurati si è comunque ben sviluppata, anche se si
possono trovare alti ( IL TORO ) e bassi
(VESNA VA VELOCE ). La lingua del santo è una storia vera, di due
disperati che rubano la reliquia di Sant' Antonio dalla basilica di Padova
e cercano di rivenderla per fare il colpo della vita. Come nei suoi film
migliori, Mazzacurati fa entrare il paesaggio nel film come "attore
principale" e questa impresa riesce a dare al film una connotazione
forte e precisa da far partecipe lo spettatore di quanto si trova di
fronte, tanto che anche chi non ha mai visto la laguna veneta o i Colli
Euganei riesce a sentirne la presenza come qualcosa di basilare per il
film. Al di la di tutto, emergono comunque i due personaggi principali del
film, magnificamente interpretati da Fabrizio Bentivoglio nella parte del
borghese intellettuale lasciato dalla moglie e Antonio Albanese in quella
dell'emarginato che vive senza contatti con nessuno che non sia il barista
o il ricettatore di fiducia.Spendide le riflessioni di Bentivoglio sulla
propria città, Padova, che fattura più dell'intero Portogallo ma che per
questo non è certo più felice, o quella in cui si rende conto di essere
più arretrasto dei bambini di terza media a cui ruba i computer a scuola
ma che lui non saprebbe usare. Da antologia la scena in cui Albanese va a
tirare il calcio piazzato per la sua squadra di rugby e poi scende
immediatamente verso la panchina dove l'allenatore gli gira le centomila
lire che gli serviranno per sopravvivere. Il finale rispecchia poi tutto
l'andamento del film, senza creare falsi eroi, come ci insegna la vita
vera e non quella che ci imponngono le produzioni Hollywoodiane.
Per chi volesse un collegamento con la narrativa, gli consiglierei di
vedersi il film durante le letture dei libri di Massimo Carlotto e delle
sue storie dell'Alligatore, un emargianato che sopravvive tra gli stessi
luoghi così ben resi da Mazzacurati in questo film.
elle.ci
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