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TEATRO DHEON BOLOGNA www.catchweb.net |
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STAGIONE 2006 |
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LA BOTTEGA DEL CAFFE' |
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La
bottega del caffè fu ideata e composta a Mantova nel 1750. Come
sostiene lo stesso Goldoni nelle sue Memorie, prevenendo eventuali
critiche alla mancata unità d’azione, la sua intenzione non era di
voler rappresentare una vicenda ben precisa, ma di voler dipingere una
piazzetta di Venezia e la vita delle persone che gravitavano intorno a
essa. Ed ecco quindi che tutta la scena non è altro che uno scorcio di
realtà portato in teatro: ogni spettatore dell’epoca avrebbe facilmente
potuto riconoscersi, o ritrovare qualche suo conoscente, nei panni di uno
dei tanti personaggi. L’estrazione
sociale che interessa all’autore è la piccola e media borghesia, che
incarna la quotidianità, la ritualità di gesti e situazioni che si
ripropongono in scena come nella vita vera. Non a caso tutto si svolge
intorno alla bottega del caffè, luogo di ritrovo di avventori abituali e
di passaggio, collocato al centro della scena come punto di fuga da cui si
ha la visione di tutta la piazza e degli edifici che l’attorniano. Il suo
proprietario, Ridolfo, è il personaggio chiave che tiene le fila degli
avvenimenti, che inizia e pone fine alle vicende con maestria, mantenendo
saldo il buon senso laddove viene a mancare. Antagonista del bottegaio è
Don Marzio, gentiluomo napoletano, indiscreto e, suo malgrado, seminatore
di zizzania. Protetti o vittime di questi due personaggi sono il signor
Eugenio, di buona famiglia ma facile preda del gioco e delle donne, e sua
moglie Vittoria, donna virtuosa e onesta; Flaminio, celato sotto il nome
di Conte Leandro, che vive delle vincite al gioco con le quali mantiene la
ballerina Lisaura, che lo crede scapolo e intenzionato a sposarla;
Placida, moglie di Flaminio, vestita da povera pellegrina e alla ricerca
del marito; Pandolfo, uomo senza scrupoli, proprietario della bisca
situata accanto alla bottega del caffè. La commedia è chiaramente a lieto fine: tutto rientra nell’etica e nella morale comune, che vede trionfare il bene e punire il male. Interessante però è la chiusa, in cui in una specie di pubblico tribunale sono chiariti i malintesi provocati dalle maldicenze di Don Marzio, che quindi è accusato di calunnia, indiscrezione e spionaggio. Il gentiluomo che mai aveva messo in dubbio la bontà delle proprie intenzioni, come mai aveva contemplato l’idea di poter parlare o agire male, si vede costretto a riconoscere le proprie colpe e a partire da Venezia. |
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