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TEATRO DHEON BOLOGNA www.catchweb.net |
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STAGIONE 2006 |
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CARTOLINE DA PONTECCHIO MARCONI |
Sabato 4 marzo ore 21 e domenica 5 marzo ore 16, al Teatro Dehon, la Compagnia Teatroaperto/Teatro Dehon, Teatro Stabile dell’Emilia-Romagna, presenta lo spettacolo teatrale incentrato sulla figura di Guglielmo Marconi “CARTOLINE DA PONTECCHIO
MARCONI”, novità assoluta di Guido Ferrarini. Regia dell’autore, scene di Fabio Sottili, costumi di Renata Fiorentini, video e luci di Marco Manfredi. Con Lorenzo Spiri, Elisa Duca, Aldo Sassi, Andrea Zacheo, Marco Marconi, Sebastiano Spada.
Lo spettacolo, patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal Ministero delle Comunicazioni, dalla Regione Emilia-Romagna, dal Comune di Bologna e di Sasso Marconi, dalla Provincia di Bologna, dalla Fondazione Marconi e dalla Fondazione del Monte, è stato scelto dal Provveditorato agli Studi di Bologna per essere presentato, nel corso di alcune mattinate, agli studenti delle Scuole di ogni ordine e grado.
Info 051.342934 – www.teatrodehon.itNota del prof. Paolo Fabbri. Tornando a Marconi, c’è l’idea dell’apparizione, come l’installazione, come un prodromo, cioè un segno precursore di una diversa relazione al tempo, che non è quella della modernità, ma quella della post-modernità; una scintilla, un sintomo nel senso che l’utopia è una scintilla che non fa luce, ma si vede, e accende — verso il futuro — l’idea del post-moderno. Se il moderno lo definiamo come un soggetto pieno, razionale, conquistatore del mondo, ma di un universo di oggetti già dati, indubbiamente, Marconi, faceva parte di quella ideologia ottocentesca che continua nel novecento: lo scienziato aureolato, i grandi medici dell’800, (Murri a Bologna) gli apostoli dell’umanità, ecc. Se invece lo guardiamo come il prodromo di una post-modernità ci accorgiamo che Marconi, ha scavalcato interamente tutti i «marinettismi» in maniera oggettiva, perche egli annuncia l’idea di un tempo immediato, cioè l’idea di una soppressione della dilazione, e da questo punto di vista è una grande realizzazione umana. Non c’è infratempo, se si vuole, e d’altra parte è un’esperienza nuova, per quei tempi addirittura così sconvolgente, che è rimasta sottaciuta, e come coperta dall’altra dimensione, quella dell’assenza del «canale», dell’idea che l’etere era il canale. L’idea di Marconi, in fondo, era contraria alla superstizione che ci fosse un filo che legava gli uomini come i fili del telefono. L’idea del contatto a distanza è potuta sembrare miracolosa, come lo è sembrata, con le dovute proporzioni quella della forza gravitazionale, che tiene legati i pianeti. Tutto questo ha sottaciuto un altro aspetto che invece oggi, dal punto di vista sociale, è assolutamente sconvolgente, cioè l’elettronica, che è quella appunto di ogni segnale in tempo reale Questa mi è sembrata una delle cose più interessanti: la smaterializzazione del tempo. Note di regia. Non si poteva che raccogliere l’indicazione dell’autore: la favola. Ma come raccontare una favola? In teatro poi! Al giorno d’oggi, che tutto è così svelato, privo di magia, e della credulità necessaria. Tenuto conto che soprattutto in teatro, ma non solo, tutto appare così scontato, banale. Con la coscienza che la modificazione dei linguaggi sta provocando profonde crisi di rigetto negli spettatori, che sotto l’influsso, ancora turbolento e approssimativo, dei nuovi «media», faticano a trovare un nuovo rapporto con le vecchie forme di comunicazioni: la parola scritta, il teatro. Con la convinzione che il teatro per sopravvivere debba pur fare i conti con le nuove tecnologie, che non sono poi più tanto e solo nuove tecnologie, ma che penetrano ormai profondamente nel comportamento umano, fino a modificarlo; a modificarne l’aspetto ricettivo, fino a sconvolgere l’usuale sistema. E così sarà; i primi sintomi sono nell’aria. E se è vero come dice Paolo Fabbri, col quale ci troviamo d’accordo, che Marconi rappresenta un collegamento diretto fra l’ottocento e il duemila saltando a piè pari tutto il novecento; ebbene forse allora la strada da noi imboccata può essere valida. Mettere quindi a confronto la favola inventata dall’autore con l’elettronica, la nuova divinità, è stato difficile e stimolante. Provare, cercare, come Guglielmo, oltremodo interessante; il risultato, difficile e incerto. Per gli attori un’esperienza nuova. Invece che dal regista essere guidati dal computer: ambiguo e affascinante; da provare, certo. Vedere sul palcoscenico/video, muoversi figurine luminose dall’accesa intenzione di farsi valere come esseri umani, e in tale senso dibattersi nelle loro impossibilità, ci ha ricondotto ai tempi di Marconi, quando con un filo appeso a un «cervo volante» si pretendeva di mettere in comunicazione due mondi fra di loro: riuscendoci! Dall’Ottocento al Duemila. Il Novecento tenta di attraversare sempre più rapidamente lo spazio, ma il Duemila lo ignora e sfida il tempo. 300.000 chilometri al secondo, quasi l’ubiquità, il «contempo», come dice Paolo Fabbri. La terra si è rimpicciolita, tentiamo lo spazio, il tempo, di annullare il tempo, per essere immortali. C’è dunque il computer, l’ultimo inquietante discendente di quel famoso colpo di fucile che mutò la storia delle comunicazioni umane, che decide, ordina, stabilisce ciò che sulla scena accade. Scena immersa nei colori violenti e luminosi dell’elettronica, Lì dentro, oltre la grande cornice nera, la favola-elettronica si snoda, ordinata e fantastica, su percorsi programmati, dove i personaggi, in abiti “fin-de-siècle” sono figurine profilate di luce, che pazientemente ripetono, come in un colorato video-game, la loro instancabile vicenda, alla ricerca di una nuova suggestione per lo spettatore. |
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