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Anna Maria Zavatti

POESIE


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I RICORDI

Arrivano con passi sordi
a uno a uno la sera i ricordi
col buio si affacciano alle porte
reclamando una sedia per la notte.

Sulla sedia bianca va l’infanzia
dalla voce alta e dalle mani sporche
di fango buono per fare le torte
una a me una a te
io mi nascondo conta fino a tre.

E sulla sedia verde le speranze
dal naso dritto per sentire il vento
pronte a partire con la prima brezza
siedono in punta
con irrequietezza.

E sulla sedia gialla i rimpianti
dalle bocche blese e in ogni bocca
un bel discorso in tondo fatto d’esse
se fosse se avesse
isse osse asse esse.

E sulla sedia nera i rancori
dalle gole strette e in ogni gola
un volto come un osso
che una convulsa tosse di vendetta
ficca in basso.

E finite le sedie ecco i rimorsi
dagli occhi grandi e lenti.
Mi hanno fissato muti tutto il giorno
io li ho tenuti lontani erigendo sbarre
di abitudini.

Li invito a sedere sul cuore
finché riconoscendoci dagli occhi
avremo pace.

Anna Maria Zavatti

































































 



L'ULTIMO GIORNO CHE EBBI DUE PIEDI

 

"È stata una (mina) Valmara 69 a entrare
sconvolgendola, in una famiglia di Hakiz
un villaggio curdo nei pressi di Chamchamal."
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Liberamente ispirato.

Alla fine dell'inverno c'era il prato

dove io e i miei fratelli

Mushen e Yassin andavamo

a pascolare le capre.

 

Alla fine dell'inverno avevamo trovato,

io e i miei fratelli, un pallone

piovuto chissà da dove

sulla soglia della nostra casa,

ma io so che mio padre

non ha mai amato i ringraziamenti.

 

Partimmo la mattina presto

ricchi del pallone e delle capre

e lungo il sentiero ci passavamo il pallone

spaventando -ma che importava?- le capre.

 

E mio fratello Yassin ha fatto un lancio lungo

e alto, e io non sono riuscito a parare

e il pallone è volato sopra la mia testa

lontano, verso il sole che sorgeva.

 

E mentre Mushen urlava gol, io ero già

di corsa dietro al pallone

e mentre Mushen urlava gol e Yassin

saltava di gioia, io rincorrevo il pallone.

 

E non ho capito che cos'erano quel colpo

forte e quella luce sotto i miei piedi,

che mi avevano fatto volare alto come il pallone

verso il sole che sorgeva.

 

E non ho capito che cos'erano quella polvere intorno

e tutto quel calore che sentivo

e il sapore di terra e di sangue nelle mie narici

e nella mia bocca.

 

I miei fratelli mi chiamavano per nome,

io non riuscivo ad alzarmi e mi chiedevo

dov'erano il pallone e le capre e come mai

mi faceva così male la gamba destra

se non vedevo più neanche quella.

 

Mi sentivo addosso mille anni,

ma ne avevo dieci e un piede solo

per percorrere il resto delle strade

sinistre

della mia vita.

 

Anna Maria Zavatti
2001

 

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