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TRENTATRE' RIGHE di polemica...
commenti sulla serie A di Alessandro Gallo
 


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A CURA DI ALESSANDRO GALLO

Trentatré righe di polemica

03-02-2004
Tutti contro Materazzi, perché? Proviamo a difendere il difensore dell’Inter che di difesa – passateci la battuta e il gioco di parole – dovrebbe saperne assai. E invece, spesso e volentieri, si ritrova all’attacco. Tutti contro Marco, perché? Perché riesce a litigare a distanza con Antonio Conte quando, magari, dovrebbe prendersela con se stesso per il modo con cui l’Inter ha gettato via uno scudetto già vinto? Giammai. Perché una volta ha tentato di asportare l’appendice a Shevchenko? Uomini di poca fede. Il prode Marco, con virtù taumaturgiche, conosceva i problemi epatici dell’ucraino e, con un semplice calcione, ha risolto tutti i suoi malanni al fegato. Perché non contento di questo abbia cercato di asportare un rene a Inzaghi? Riguardate le immagini meglio e vi accorgerete che tutto quello che viene fatto da Marco è a fin di bene. Compreso, appunto, quello che è accaduto l’altra sera. Marco Materazzi, 193 centimetri per 92 chili (citiamo l’Almanacco Panini) si vede arrivare addosso quel pezzo di marcantonio di Bruno Cirillo (stessa fonte: 187 centimetri per 77 chili) e cosa deve fare? Para il colpo.Poi lo stesso Marco, molto chiaramente, spiega che ha temuto che avvenisse una collutazione (e invece ci deve essere stato un colpo secco, e pure ben assestato) e che in fondo certe cose negli spogliatoi sono sempre accadute. Solo che nessuno ne parla. Adesso, però, abbiamo capito perché l’attesa, in sala stampa, è snervante. Pensavamo si trattasse degli spazi concessi alla Rai e a Sky. Invece no. I giocatori a fine gara passano in sala trucco. Un po’ di cerone e via. Spariscono occhi neri, guance gonfie e pure mozziconi di orecchie penzolanti. Se non ci fosse stato Materazzi, ad aprirci gli occhi, non ce ne saremmo mai accorti. Che cosa ci facesse lui, in campo, però, non è dato da spiegare. Ma alla fine abbiamo capito anche questo. Dice – sostiene Materazzi – che gli sfottò nel calcio ci sono sempre stati. Mica tra i tifosi, no, in campo. Ricordiamo che una volta, proprio a Bologna, Salvatore Schillaci salutò a modo suo Fabio Poli: “Ti faccio sparare”. Altri tempi, altre tempre. Non è un caso, forse, che Totò sia finito in Giappone. Storie curiose, Materazzi va protetto. Moratti, di soldi, ne ha tantissimi. Faccia costruire un altro stadio. E ci faccia giocare, da solo, l’incompreso Materazzi…


21-11-2003
E’ aperta la caccia. Solo che il bersaglio in questione non è un volatile né tantomeno una lepre. Il bersaglio preferito dalla critica, oggi, è Giampiero Ticchi, allenatore della Virtus. Panchina traballante, scrivono, perché la squadra non decolla, panchina traballante, verrebbe da dire, perché il triangolo è un sistema da lasciare alla geometria.
Un tiro violento, quello su Giampiero Ticchi, che non merita nella maniera più assoluta un trattamento del genere. Perché la squadra, pur ricca di talento, è stata costruita cammin facendo e bisognerà avere un po’ di pazienza per mettere insieme un puzzle i cui pezzi combacino. Perché non è colpa di Giampiero Ticchi se Martin e Mc Cormack non sono due play, perché forse il tecnico bianconero rimpiange uno come Mats Levin, che sapeva mettere a posto i compagni, senza creare malumori. Perché forse Barlera non è ancora maturo per il ruolo di centro titolare, soprattutto oggi che deve scontrarsi con pariruolo più esperti e pure stranieri. Perché probabilmente è stato un errore rinunciare a uno come Pilutti, uno che sa mettere a posto lo spogliatoio come pochi.
Eppure in giro leggiamo parole feroci con questa Virtus che è stata etichettata come la più brutta di tutti i tempi. Senza tornare tanto indietro nel tempo – a quella che all’inizio degli anni Settanta rischiò di retrocedere – non è sufficiente, forse, ripensare a quello che hanno fatto, per una stagione, Koturovic, Sekularac, Avleev e Bell? O che Tanjevic e Bianchini che, pur avendo in squadra uno come Rigaudeau, non sono riusciti a vincere una volta che fosse una, in campionato, lontano dalle mura amiche. Siamo proprio sicuri che l’attuale Virtus sia peggiore di quella che l’ha preceduta?
E tra i nomi che abbiamo letto, negli ultimi tempi, buttati lì, in attesa che qualcuno abbocchi, abbiamo visto quello di Ataman, il turco. Sì, quello che ha vinto una Saporta con Siena, uno che ha portato Siena in final four: ma che uomini aveva a disposizione Ataman? Anche Skansi ha vinto uno scudetto. L’ha vinto a Treviso con una squadra che annoverava al proprio interno Del Negro, Kukoc, Rusconi (il primo, quello che mangiava in testa a tutti), Jacopini, Gracis, Pellacani, Generali. Con una squadra così forse avremmo vinto anche noi…

17-11-2003
Due parole due per chiarire un concetto visto che dal Nord Est, spesso, partono strali e lezioni di stile. Cerchiamo, però, per evitare di creare malintesi, di contestualizzare l’ultima polemica. E’ una domenica sera come tante, al PalaDozza si gioca Skipper – Benetton. Non abbiamo lesinato, in passato, e anche oggi, critiche alla tifoseria della Fortitudo. La maglietta sfoggiata da Bazzani, che proprio ieri la Fossa ha venduto in 400 unità, è brutta perché è di cattivo gusto e non sembra nello stile di una tifoseria che ha fatto della goliardia un punto d’onore. Come discutibile sono l’altra maglietta e il coro seguente: “A Bologna non si festeggia”, perché paiono un inno alla violenza. Però là, dal Nord Est – la Benetton è verde, solo una comunanza di colori? – arrivano sempre sferzate, mai autocritiche, perché loro sono bravi.
Parliamo invece dei soliti 2-300 che si sistemano lassù, al PalaDozza. Lasciamo perdere il coro su tiri liberi che è un inno, ormai, alla frase celebre del generale Cambronne, ma vogliamo parlare del minuto di silenzio che doveva rendere onore alla memoria di militi e civili italiani, uccisi in Iraq? Un minuto di silenzio doveva essere. Quelli di Treviso, lassù, hanno trasformato 60 secondi in una farsa, con applausi ripetuti, per rompere appunto la meditazione. Se lassù, nel Nord Est, si fa così…
E che dire, poi, dell’infortunio di capitan Basile? Baso è a terra, dolorante, che si tiene la caviglia. I soliti 2-300 di Treviso, quelli che ci vogliono insegnare come stare al mondo, partono con cori beceri. Al punto tale che capitan Pittis, uomo e campione, si rivolge alla sua curva, congiunge le mani in segno di preghiera, e “supplica” i suoi tifosi, spiegando loro che non è il caso. Questo è l’unico esempio che possiamo accettare. Anzi, uno dei pochi compagni di viaggio, sportivi, che vorremmo avere. Perché Ricky, appunto, è uomo di sport, perché Ricky, appunto, sa come si sta al mondo. Lunga vita al capitano della Benetton, esempio luminoso di come si debba stare in campo, e anche fuori.
Fuori dal campo, invece, gli amici di Treviso hanno bisogno di una lezione. Non di “sberle”, sicuramente, come scrive la Fossa anagrammando il nome del gruppo “Rebels”, ma di educazione sì. Lassù, nel Nord Est, qualche volta si sbaglia pure…


12-11-2003
La maglietta di Bazzani, chi non ne ha parlato alzi la mano. Tutte mani abbassate, vero? Noi, almeno per questa volta, vogliamo offrirvi una chiave di lettura diversa. Che parte dalla maglietta mostrata dal bomber della Samp – nonché ultimo chiamato in nazionale da parte di Trapattoni – ma che sfiora, anzi, centra, la sfera televisiva. Se n’è parlato in tivù, dibattiti e talk show sempre “straordinari”, mai banali, e da seguire dopo l’inevitabile indigestione di spot televisivi. Quello che più ha fatto male al movimento (inteso come persone che amano la pallacanestro) è stata la considerazione acida di Italia 1. Lunedì, poco dopo le 13, servizio su Studio Sport (firmato da Alberto Daguanno? La nostra è una domanda seria, non retorica o che nasconda chissà che cosa), il tema è la “domenica storta” di alcuni personaggi. Tra questi Serse Cosmi, tra questi Fabio Bazzani. “Maglietta brutta”, si dice nel servizio, ma che in fondo è servita a parlare di pallacanestro. A dare al basket più notorietà di quanto, per esempio, ne abbia avuto in settembre, dopo la straordinaria medaglia di bronzo vinta da Charlie Recalcati e dai suoi ragazzi. Ecco, il taglio del servizio (magari abbiamo inteso male, anzi, ci auguriamo proprio di aver frainteso il tono) appariva un po’ questo: ma sì, in fondo voi poveretti della pallacanestro potete trovare spazio solo in queste circostanze, perché il mondo ruota attorno al calcio. Poveretti sicuramente (se paragonati a quelli che nel calcio hanno bisogno di una legislazione speciale per evitare la bancarotta e il fallimento), ma pieni di dignità e coscienti dei nostri mezzi, della nostra realtà. Così quella maglietta farà parlare loro, i calciofili, perché noi, comunque, preferiamo la quotidianità del nostro mondo, poco urlata, forse, ma senza tanti stravolgimenti. E magari con un pizzico di attenzione in più. Già, perché saremo anche dei poveretti ma, almeno, evitiamo le frasi fatte. Soprattutto quando queste sono sbagliate. E allora torna alla mente il notiziario Rai (Gr2 delle 7,30 di oggi, mercoledì 12 novembre): che parlando del successo della Virtus, a Barcellona con il Badalona, ricorda la rinascita di una società fallita. Ma come, ancora questo errore? La Virtus non è fallita, ma al club bianconero è stata revocata l’affiliazione. Fallita era la Fiorentina. Ecco perché a distanza di mesi l’equazione Virtus = Fiorentina proprio non ci va giù…

09-11-2003
Dicono che l’Uleb non sbagli un colpo. Dicono… Mah, noi qualche perplessità sulle decisioni dell’unione delle leghe europee in realtà ce l’abbiamo. La prima, se volete, è legata all’orario. La palla a due è stata spostata dalle 20,30 alle 20,40. Bazzecole, obietterete voi. Provate a spiegarlo, però, a un giornalista che debba spedire il pezzo della partita – le rotative cominciano a lavorare sempre prime – entro le 22,10: come riuscirci? E’ pressoché impossibile. Il risultato, appunto, è che il compito di chi lavora nei quotidiani è sempre più difficile. Però quelli dell’Uleb ci spiegano che le loro decisioni sono sempre nell’ottica di una maggiore collaborazione con i media. Domanda: hanno mai interpellato qualcuno che lavori per un quotidiano?
Però, direte voi, vi hanno fatto un grande favore. Hanno aperto, cioè, le porte dello spogliatoio, come succede nel dorato mondo della “Ennebia”, per essere sempre più simili agli americani. Porte aperte alle 22,30 (con i problemi di orario di cui vi abbiamo riferito prima) ma con quali vantaggi? Le porte aperte nello spogliatoio rendono la pallacanestro sempre più simile a un gigantesco grande fratello, dove lo spettacolo – che sia poi questo il loro indirizzo – è rappresentato da un “rutto” o da una “flatulenza”. Qual è il vantaggio dell’avere davanti un atleta mezzo nudo? Per il cronista nessuno, per l’atleta una robusta rottura di c…
Non è rubando 5-10 minuti alla privacy di un cestista che si spiega la pallacanestro ai lettori o agli spettatori. A meno che, oltre ai discorsi legati ai rutti e alle flatulenze (che venga istituita presto una Coppa Fedro?), non ci sia la visione di qualche culetto al vento o, meglio ancora (per chi?) di qualche “membro” che spunta dall’asciugamano.
L’unico caso in cui lo spogliatoio deve essere aperto, crediamo, è nel giorno che coincide con la conquista di una coppa, di un trofeo. Allora sì c’è la possibilità di raccontare al lettore quello che accade, tra gente che piange di gioia o ride per lo stesso motivo. Tra gente che beve champagne e si abbraccia contenta. Ma in quel caso, in prima fila, devono esserci loro, i signori dell’Uleb. Non, credeteci, molto meglio lasciare le porte degli spogliatoi chiusi. E se proprio si deve aprire, che gli allenamenti siano a porte aperte, visibili a tutti. Ci siamo capiti?


28-10-2003
Che la Città dei Canestri potesse dar fastidio lo si era capito.
Ma che per screditarla ci si affidasse a ricostruzioni sommarie e piene di errori…
La vicenda, lo avrete capito tutti, riguarda la Fortitudo e la presunta iscrizione al campionato da parte dell’Aquila senza averne il diritto. Un’eventualità, questa, paventata da un’agenzia di stampa, l’Adn Kronos con diversi lanci (di notizie) e altrettante imprecisioni.
Partiamo dalla fine, per esempio, quando si attribuisce all’avvocato Palumbi il ruolo di amministratore delegato della società. L’avvocato, in realtà, è il vice presidente. Imperfezione e obiezione risibile, direte voi, in realtà la precisione, quando si affrontano questioni delicate è fondamentale. Come il titolo dello stesso lancio: “Per la seconda volta in un anno iscritta squadra senza averne diritto”. Bene, se può essere opinabile la questione se la Fortitudo sia iscritta o meno al campionato in modo lecito (almeno secondo l’agenzia), c’è un fatto: la Virtus non è più affiliata né tantomeno iscritta al campionato (secondo errore). Non vi basta? Vi riportiamo un altro passaggio, senza commenti. “La Skipper fece una transazione con il giocatore e pagò gli avvocati, tralasciando però il pagamento degli arbitri perché a loro dire ‘troppo cari’”. Si noti l’uso del virgolettato, riportato fedelmente, troppo cari. Il dubbio è, cioè, se la Fortitudo abbia ritenuto troppo costosa l’onere finale di 500 milioni di vecchie lire per 3-4 sedute. Con una rapida divisione possiamo arrivare a parlare di 125 milioni, sempre di vecchie lire (sospiro di sollievo) a seduta. Noi non vogliamo mettere né troppo cari, né troppo regalati. Lasciamo al lettore, che consideriamo abbastanza intelligente, la possibilità di farsi un’idea e di capire. Anche se la mazzata definitiva (psicologica) è arrivata dal notiziario di Radiodue (il Gr di Stato) delle 7,30 di oggi, mercoledì 29 ottobre. “Una notizia scuote il mondo del basket. La Skipper rischia di non iscriversi al prossimo campionato di basket (perché il prossimo? ndr) per non aver pagato il giocatore De Pol (il giocatore? Non abbiamo parlato di arbitri? ndr). Come è successo all’altra bolognese per il croato Becirovic (croato? Vogliamo aprire un’altra guerra in quella che un tempo era l’ex Jugoslavia? Ndr)”. Superfluo, crediamo, ogni commento. La Settimana Enigmistica potrebbe proporlo come quiz: “Dov’è l’errore?”



24-10-2003
La grande occasione
. Chi è che ha la grande occasione tra le mani? Ma la Legadue, perbacco, sfruttando gli interrogativi sorti dall’eccentrico comportamento di Claudio Sabatini. La polemica - che molto polemica in realtà non è – è legata alle scelte del proprietario della Virtus. Ricordate? Aveva deciso che per le prime tre gare interne non avrebbe fatto pagare il biglietto ai tifosi e ha mantenuto la parola. Solo che Sabatini, prima di chiedere qualcosa ai supporter bianconeri, s’è ripromesso di vedere una squadra come vuole lui. E fino a quando non la vedrà non chiederà nulla ai sostenitori. Sin qui la storia, la cronaca dice che Sabatini non vuole far pagare i propri tifosi nemmeno il 2 novembre prossimo (match interno con la Bipop Reggio Emilia), ma che la deroga richiesta sia scaduta.
A Sabatini, così, hanno fatto notare, con molto garbo, che esiste un regolamento e che c’è pure un prezzo minimo fissato in 6 euro (sul quale poi si potrebbe derogare utilizzando le formule giovani, scontate e chissà cos’altro) e che deve quindi ripristinare la legalità, pena un’ammenda che potrebbe raggiungere i 50 mila euro. Sabatini non molla e decide di acquistare lui stesso i biglietti che poi distribuirà ai tifosi. Ma è proprio qui che si apre un’insolita opportunità per la Legadue. Perché il regolamento, mutuato dalla Lega maggiore, prevede un prezzo minimo, ma non fa accenno ai massimi.
E qua, nella Città dei Canestro, di prezzi consistenti ne hanno pagati parecchi. Perché, allora, chiedendo a Sabatini di rispettare, com’è giusto che sia, la legalità, non si fissa anche un prezzo massimo? Non è così anche in autostrada? C’è un minimo di velocità, ma anche un massimo, perché diversamente…
Il cliente - tifoso, almeno dalle nostre parti, ormai è spremuto a livelli incredibili. Per andare al palasport con la famiglia, in talune occasioni, è necessario accendere un mutuo. Valentino Renzi, ottimo presidente di Legadue, è una persona intelligente che vede lontano. Ecco perché gli giriamo volentieri questo invito. Perché si faccia promotore di un calmiere dei prezzi. Altrove, probabilmente, non se ne avverte la ragione, ma Valentino che ora è di casa nella Città dei Canestri, sa quanto cosa il basket. Che facciamo, presidente, raccoglie l’invito?


17-10-2003
Uno si arma delle migliori intenzioni. Poi, però, legge certe cose e diventa difficile… Diventa difficile parlare di basket giocato, come ci eravamo ripromessi, dopo aver letto l’ennesimo elenco di provvedimenti disciplinari da parte della Federbasket. Pare che il problema maggiore sia divenuto l’utilizzo di marchi di sponsorizzazione non autorizzati. E’ questo il problema che assilla la pallacanestro italiana? Sono i marchi che ci impediscono di avere un’esposizione televisiva di un certo livello? Sono i marchi che impediscono ai nostri giovani di crescere?
Mah, quel che è certo che i club italiani vengono ammoniti, deplorati e colpiti con ammende, ma un briciolo di autocritica – ricordate? C’era stato anche un consigliere che a Superbasket aveva annunciato che sarebbe rimasto all’interno del Consiglio federale all’uno per mille. E’ riuscito a trovare quella percentuale minima… - non guasterebbe.
E poi ci sono persino le sanzioni enigmatiche. Citiamo, per non essere equivocati, un passaggio dell’ultimo comunicato. “Skipper Bologna per chiarimenti inerenti le attrezzature di sicurezza, rimette gli atti all’organo competente e si riserva gli eventuali provvedimenti disciplinari”. Tutto chiaro? Se avete fatto fatica a capire ve lo diciamo noi. Pare che la Federbasket contesti l’assenza di transenne al PalaDozza per proteggere il rettangolo di gioco. O quantomeno quelle zone che non sono delimitate dai famosi rotori.
Problema gravissimo. Tanto più grave se si pensa che, per esempio, una squadra romana (e adesso non fate dell’ironia spicciola dicendo che ce n’è una sola) ha disputato tutta la passata stagione in un impianto angusto dove, nelle giornate di tutto esaurito, erano ostruite persino le uscite di sicurezza. O pensate, per esempio, a Cantù: signora squadra, signora società, ma costretta a giocare in un palazzetto che del Palasport ha poco, anzi, pochissimo. Sarebbe un po’ come se Castel Maggiore, anziché giocare al PalaMalaguti giocasse all’Euromercato.
Ma l’importante è punire chi lavora per la pallacanestro italiana. Per gli aiuti, poi, ci sarà sempre tempo. Qua la situazione sembra peggiorare di giorno in giorno – non nella Città dei Canestri, per fortuna – ma a Roma sono in tutt’altre faccende affacendati. Bravi loro.


09-10-2003
Trentatré righe… di polemica
Sarebbe fin troppo facile, oggi, approfondire il discorso della polemica a distanza tra Claudio Sabatini e Paolo Francia. O tra Paolo Francia e Claudio Sabatini perché ora, il derby, pare essersi concentrato tra questo confronto tra bianchi e neri (o neri e bianchi). In realtà c’è da recuperare il tempo perduto. E il tempo perduto, in estate, ci impone di pensare con maggiore determinazione al basket giocato. E meno al basket “chiacchierato”. Il paradosso del primo turno è rappresentato da Messina, la squadra, che batte Messina, l’allenatore. E dall’improvviso calo di una squadra, la Benetton, che non riesce più a ritrovarsi. La Benetton cerca il tris, un risultato ottenuto, negli anni Novanta, dalla Virtus Bologna e inaugurato proprio da Messina (Ettore), che poi cedette il testimone alla Buckler di Alberto Bucci. Per Treviso, però, ci sono i precedenti, inquietanti sotto certi punti di vista. Già, perché Ettore, l’allenatore più vincente dell’ultimo decennio, non è mai riuscito a conquistare due titoli in fila. Di più: non è mai riuscito a conquistare due finali scudetto consecutive, perché se Ettore arriva all’ultimo atto, del campionato italiano, poi sbanca. Treviso resta la favorita numero uno per il successo finale, non foss’altro perché Bulleri è un tipo tosto e il gruppo, almeno lo zoccolo duro, assai rodato. Però marchiamo molto da vicino anche il Monte Paschi Siena. Che ha molto talento, come ne aveva un anno fa. Ma rispetto alla passata stagione c’è anche un signor allenatore in panchina. Charlie Recalcati, per noi, per quello che ha fatto in Svezia, ma anche nell’ultimo decennio, è uno dei migliori allenatori che ci siano sulla piazza. E piazza del Campo, cacciato il turco, può inseguire i suoi sogni tricolori. E pure la prima finale scudetto tricolore. Charlie, un obiettivo del genere, l’ha conquistato consecutivamente nelle ultime tre stagioni che ha allenato un club. Sarà solo un caso?
Ps. Non smetteremo mai di ricordarlo. Alla Virtus è stata giustamente revocata l’affiliazione al massimo campionato di basket. Ma né la Federbasket né la Lega, che pure sono state inflessibili (giustamente…), nell’eliminare i bianconeri, hanno approvato uno strumento per evitare che un caso simile si ripeta. Che vogliano ritagliarsi un’altra estate sulle pagine di tutti i giornali? Mah…

04-10-2003
Buon campionato a tutti. La lista dei ringraziamenti sarebbe lunga ma l’unico grazie vero, e sincero, è per Charlie Recalcati, il coach che ci ha regalato un bronzo che vale oro (anzi, qualcosa di più) e che è tornato ad allenare (finalmente) in serie A. Un grazie a Charlie e alla sua "sporca dozzina", perché hanno avuto un merito che va al di là del podio, della qualificazione olimpica e del tiro mancino giocato a quei presuntuosi dei francesi. Già, perché roster alla mano – noi, per esempio, non abbiamo nessuno nella Nba – avremmo dovuto subire dalla Francia ma, prima ancora, anche dalla Germania e dalla Grecia. Eppure ad Atene ci andremo anche noi, grazie allo straordinario Charlie, l’ultimo coach – lo ricordiamo a chi lo avesse dimenticato – ad aver vinto due titoli consecutivi. E per giunta con due club diversi.

Grazie a lui perché ha riportato il basket, quello vero, quello giocato, sulle pagine dei giornali e sulla bocca di tutti. Senza tribunali, Gran Consigli, federali, "leghisti" e, in generale, uomini che si sono rimangiati la parola, da un giorno all’altro. Inutile girare attorno all’argomento: mai come questa estate il basket l’ha fatta da padrone, ma l’ha fatto con la Virtus. Quel club che non è più affiliato, che non pagava i giocatori da gennaio, che ha effettuato una ricapitalizzazione con dei bond sui quali la Procura della Repubblica sta ancora indagando. La Virtus non c’è più –ma non è fallita – perché ha violato palesemente regolamenti e deroghe. Per non fallire, in fondo, sarebbe stato sufficiente pagare Becirovic. Ma se Sani avesse ricevuto tutti i soldi previsti, nei tempi stabiliti, che sarebbe accaduto agli altri tesserati? Un mistero. Come resta un mistero il lavoro del Gran consiglio federale e della Lega. Attenzione: non ci riferiamo al 4 o al 31 agosto, ma alla mancanza di rimedi. Il sacrificio della Virtus ha messo a nudo il problema: non c’erano (e non ci sono) strumenti per controllare in tempo utile i bilanci delle società, per evitare delle voragini. Già, ma dobbiamo festeggiare il terzo posto e l’accordo con Tim. Se poi nei prossimi mesi dovesse esserci un altro caso Virtus cosa vuoi che sia? Nella peggiore delle ipotesi, anziché in palestra, ci ritroveremo ancora nelle aule di un tribunale. O in via Vitorchiano, a Roma. Che tristezza.

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