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A CURA DI ALESSANDRO GALLO
21-11-2003
E’ aperta la caccia. Solo che il bersaglio in questione non è un
volatile né tantomeno una lepre. Il bersaglio preferito dalla critica,
oggi, è Giampiero Ticchi, allenatore della Virtus. Panchina traballante,
scrivono, perché la squadra non decolla, panchina traballante, verrebbe
da dire, perché il triangolo è un sistema da lasciare alla geometria.
Un tiro violento, quello su Giampiero Ticchi, che non merita nella
maniera più assoluta un trattamento del genere. Perché la squadra, pur
ricca di talento, è stata costruita cammin facendo e bisognerà avere un
po’ di pazienza per mettere insieme un puzzle i cui pezzi combacino.
Perché non è colpa di Giampiero Ticchi se Martin e Mc Cormack non sono
due play, perché forse il tecnico bianconero rimpiange uno come Mats
Levin, che sapeva mettere a posto i compagni, senza creare malumori.
Perché forse Barlera non è ancora maturo per il ruolo di centro
titolare, soprattutto oggi che deve scontrarsi con pariruolo più esperti
e pure stranieri. Perché probabilmente è stato un errore rinunciare a
uno come Pilutti, uno che sa mettere a posto lo spogliatoio come pochi.
Eppure in giro leggiamo parole feroci con questa Virtus che è stata
etichettata come la più brutta di tutti i tempi. Senza tornare tanto
indietro nel tempo – a quella che all’inizio degli anni Settanta rischiò
di retrocedere – non è sufficiente, forse, ripensare a quello che hanno
fatto, per una stagione, Koturovic, Sekularac, Avleev e Bell? O che
Tanjevic e Bianchini che, pur avendo in squadra uno come Rigaudeau, non
sono riusciti a vincere una volta che fosse una, in campionato, lontano
dalle mura amiche. Siamo proprio sicuri che l’attuale Virtus sia
peggiore di quella che l’ha preceduta?
E tra i nomi che abbiamo letto, negli ultimi tempi, buttati lì, in
attesa che qualcuno abbocchi, abbiamo visto quello di Ataman, il turco.
Sì, quello che ha vinto una Saporta con Siena, uno che ha portato Siena
in final four: ma che uomini aveva a disposizione Ataman? Anche Skansi
ha vinto uno scudetto. L’ha vinto a Treviso con una squadra che
annoverava al proprio interno Del Negro, Kukoc, Rusconi (il primo,
quello che mangiava in testa a tutti), Jacopini, Gracis, Pellacani,
Generali. Con una squadra così forse avremmo vinto anche noi…
17-11-2003
Due parole due per chiarire un concetto visto che dal Nord Est,
spesso, partono strali e lezioni di stile. Cerchiamo, però, per evitare
di creare malintesi, di contestualizzare l’ultima polemica. E’ una
domenica sera come tante, al PalaDozza si gioca Skipper – Benetton. Non
abbiamo lesinato, in passato, e anche oggi, critiche alla tifoseria
della Fortitudo. La maglietta sfoggiata da Bazzani, che proprio ieri la
Fossa ha venduto in 400 unità, è brutta perché è di cattivo gusto e non
sembra nello stile di una tifoseria che ha fatto della goliardia un
punto d’onore. Come discutibile sono l’altra maglietta e il coro
seguente: “A Bologna non si festeggia”, perché paiono un inno alla
violenza. Però là, dal Nord Est – la Benetton è verde, solo una
comunanza di colori? – arrivano sempre sferzate, mai autocritiche,
perché loro sono bravi.
Parliamo invece dei soliti 2-300 che si sistemano lassù, al PalaDozza.
Lasciamo perdere il coro su tiri liberi che è un inno, ormai, alla frase
celebre del generale Cambronne, ma vogliamo parlare del minuto di
silenzio che doveva rendere onore alla memoria di militi e civili
italiani, uccisi in Iraq? Un minuto di silenzio doveva essere. Quelli di
Treviso, lassù, hanno trasformato 60 secondi in una farsa, con applausi
ripetuti, per rompere appunto la meditazione. Se lassù, nel Nord Est, si
fa così…
E che dire, poi, dell’infortunio di capitan Basile? Baso è a terra,
dolorante, che si tiene la caviglia. I soliti 2-300 di Treviso, quelli
che ci vogliono insegnare come stare al mondo, partono con cori beceri.
Al punto tale che capitan Pittis, uomo e campione, si rivolge alla sua
curva, congiunge le mani in segno di preghiera, e “supplica” i suoi
tifosi, spiegando loro che non è il caso. Questo è l’unico esempio che
possiamo accettare. Anzi, uno dei pochi compagni di viaggio, sportivi,
che vorremmo avere. Perché Ricky, appunto, è uomo di sport, perché Ricky,
appunto, sa come si sta al mondo. Lunga vita al capitano della Benetton,
esempio luminoso di come si debba stare in campo, e anche fuori.
Fuori dal campo, invece, gli amici di Treviso hanno bisogno di una
lezione. Non di “sberle”, sicuramente, come scrive la Fossa anagrammando
il nome del gruppo “Rebels”, ma di educazione sì. Lassù, nel Nord Est,
qualche volta si sbaglia pure…
12-11-2003
La maglietta di Bazzani, chi non ne ha parlato alzi la mano.
Tutte mani abbassate, vero? Noi, almeno per questa volta, vogliamo
offrirvi una chiave di lettura diversa. Che parte dalla maglietta
mostrata dal bomber della Samp – nonché ultimo chiamato in nazionale da
parte di Trapattoni – ma che sfiora, anzi, centra, la sfera televisiva.
Se n’è parlato in tivù, dibattiti e talk show sempre “straordinari”, mai
banali, e da seguire dopo l’inevitabile indigestione di spot televisivi.
Quello che più ha fatto male al movimento (inteso come persone che amano
la pallacanestro) è stata la considerazione acida di Italia 1. Lunedì,
poco dopo le 13, servizio su Studio Sport (firmato da Alberto Daguanno?
La nostra è una domanda seria, non retorica o che nasconda chissà che
cosa), il tema è la “domenica storta” di alcuni personaggi. Tra questi
Serse Cosmi, tra questi Fabio Bazzani. “Maglietta brutta”, si dice nel
servizio, ma che in fondo è servita a parlare di pallacanestro. A dare
al basket più notorietà di quanto, per esempio, ne abbia avuto in
settembre, dopo la straordinaria medaglia di bronzo vinta da Charlie
Recalcati e dai suoi ragazzi. Ecco, il taglio del servizio (magari
abbiamo inteso male, anzi, ci auguriamo proprio di aver frainteso il
tono) appariva un po’ questo: ma sì, in fondo voi poveretti della
pallacanestro potete trovare spazio solo in queste circostanze, perché
il mondo ruota attorno al calcio. Poveretti sicuramente (se paragonati a
quelli che nel calcio hanno bisogno di una legislazione speciale per
evitare la bancarotta e il fallimento), ma pieni di dignità e coscienti
dei nostri mezzi, della nostra realtà. Così quella maglietta farà
parlare loro, i calciofili, perché noi, comunque, preferiamo la
quotidianità del nostro mondo, poco urlata, forse, ma senza tanti
stravolgimenti. E magari con un pizzico di attenzione in più. Già,
perché saremo anche dei poveretti ma, almeno, evitiamo le frasi fatte.
Soprattutto quando queste sono sbagliate. E allora torna alla mente il
notiziario Rai (Gr2 delle 7,30 di oggi, mercoledì 12 novembre): che
parlando del successo della Virtus, a Barcellona con il Badalona,
ricorda la rinascita di una società fallita. Ma come, ancora questo
errore? La Virtus non è fallita, ma al club bianconero è stata revocata
l’affiliazione. Fallita era la Fiorentina. Ecco perché a distanza di
mesi l’equazione Virtus = Fiorentina proprio non ci va giù…
09-11-2003
Dicono che l’Uleb non sbagli un colpo. Dicono… Mah, noi qualche
perplessità sulle decisioni dell’unione delle leghe europee in realtà ce
l’abbiamo. La prima, se volete, è legata all’orario. La palla a due è
stata spostata dalle 20,30 alle 20,40. Bazzecole, obietterete voi.
Provate a spiegarlo, però, a un giornalista che debba spedire il pezzo
della partita – le rotative cominciano a lavorare sempre prime – entro
le 22,10: come riuscirci? E’ pressoché impossibile. Il risultato,
appunto, è che il compito di chi lavora nei quotidiani è sempre più
difficile. Però quelli dell’Uleb ci spiegano che le loro decisioni sono
sempre nell’ottica di una maggiore collaborazione con i media. Domanda:
hanno mai interpellato qualcuno che lavori per un quotidiano?
Però, direte voi, vi hanno fatto un grande favore. Hanno aperto, cioè,
le porte dello spogliatoio, come succede nel dorato mondo della “Ennebia”,
per essere sempre più simili agli americani. Porte aperte alle 22,30
(con i problemi di orario di cui vi abbiamo riferito prima) ma con quali
vantaggi? Le porte aperte nello spogliatoio rendono la pallacanestro
sempre più simile a un gigantesco grande fratello, dove lo spettacolo –
che sia poi questo il loro indirizzo – è rappresentato da un “rutto” o
da una “flatulenza”. Qual è il vantaggio dell’avere davanti un atleta
mezzo nudo? Per il cronista nessuno, per l’atleta una robusta rottura di
c…
Non è rubando 5-10 minuti alla privacy di un cestista che si spiega la
pallacanestro ai lettori o agli spettatori. A meno che, oltre ai
discorsi legati ai rutti e alle flatulenze (che venga istituita presto
una Coppa Fedro?), non ci sia la visione di qualche culetto al vento o,
meglio ancora (per chi?) di qualche “membro” che spunta
dall’asciugamano.
L’unico caso in cui lo spogliatoio deve essere aperto, crediamo, è nel
giorno che coincide con la conquista di una coppa, di un trofeo. Allora
sì c’è la possibilità di raccontare al lettore quello che accade, tra
gente che piange di gioia o ride per lo stesso motivo. Tra gente che
beve champagne e si abbraccia contenta. Ma in quel caso, in prima fila,
devono esserci loro, i signori dell’Uleb. Non, credeteci, molto meglio
lasciare le porte degli spogliatoi chiusi. E se proprio si deve aprire,
che gli allenamenti siano a porte aperte, visibili a tutti. Ci siamo
capiti?
28-10-2003
Che la Città dei Canestri potesse dar fastidio lo si era capito.
Ma che per screditarla ci si affidasse a ricostruzioni sommarie e piene
di errori…
La vicenda, lo avrete capito tutti, riguarda la Fortitudo e la presunta
iscrizione al campionato da parte dell’Aquila senza averne il diritto.
Un’eventualità, questa, paventata da un’agenzia di stampa, l’Adn Kronos
con diversi lanci (di notizie) e altrettante imprecisioni.
Partiamo dalla fine, per esempio, quando si attribuisce all’avvocato
Palumbi il ruolo di amministratore delegato della società. L’avvocato,
in realtà, è il vice presidente. Imperfezione e obiezione risibile,
direte voi, in realtà la precisione, quando si affrontano questioni
delicate è fondamentale. Come il titolo dello stesso lancio: “Per la
seconda volta in un anno iscritta squadra senza averne diritto”. Bene,
se può essere opinabile la questione se la Fortitudo sia iscritta o meno
al campionato in modo lecito (almeno secondo l’agenzia), c’è un fatto:
la Virtus non è più affiliata né tantomeno iscritta al campionato
(secondo errore). Non vi basta? Vi riportiamo un altro passaggio, senza
commenti. “La Skipper fece una transazione con il giocatore e pagò gli
avvocati, tralasciando però il pagamento degli arbitri perché a loro
dire ‘troppo cari’”. Si noti l’uso del virgolettato, riportato
fedelmente, troppo cari. Il dubbio è, cioè, se la Fortitudo abbia
ritenuto troppo costosa l’onere finale di 500 milioni di vecchie lire
per 3-4 sedute. Con una rapida divisione possiamo arrivare a parlare di
125 milioni, sempre di vecchie lire (sospiro di sollievo) a seduta. Noi
non vogliamo mettere né troppo cari, né troppo regalati. Lasciamo al
lettore, che consideriamo abbastanza intelligente, la possibilità di
farsi un’idea e di capire. Anche se la mazzata definitiva (psicologica)
è arrivata dal notiziario di Radiodue (il Gr di Stato) delle 7,30 di
oggi, mercoledì 29 ottobre. “Una notizia scuote il mondo del basket. La
Skipper rischia di non iscriversi al prossimo campionato di basket
(perché il prossimo? ndr) per non aver pagato il giocatore De Pol (il
giocatore? Non abbiamo parlato di arbitri? ndr). Come è successo
all’altra bolognese per il croato Becirovic (croato? Vogliamo aprire
un’altra guerra in quella che un tempo era l’ex Jugoslavia? Ndr)”.
Superfluo, crediamo, ogni commento. La Settimana Enigmistica potrebbe
proporlo come quiz: “Dov’è l’errore?”
24-10-2003
La grande occasione. Chi è che ha la grande occasione tra le mani?
Ma la Legadue, perbacco, sfruttando gli interrogativi sorti
dall’eccentrico comportamento di Claudio Sabatini. La polemica - che
molto polemica in realtà non è – è legata alle scelte del proprietario
della Virtus. Ricordate? Aveva deciso che per le prime tre gare interne
non avrebbe fatto pagare il biglietto ai tifosi e ha mantenuto la
parola. Solo che Sabatini, prima di chiedere qualcosa ai supporter
bianconeri, s’è ripromesso di vedere una squadra come vuole lui. E fino
a quando non la vedrà non chiederà nulla ai sostenitori. Sin qui la
storia, la cronaca dice che Sabatini non vuole far pagare i propri
tifosi nemmeno il 2 novembre prossimo (match interno con la Bipop Reggio
Emilia), ma che la deroga richiesta sia scaduta.
A Sabatini, così, hanno fatto notare, con molto garbo, che esiste un
regolamento e che c’è pure un prezzo minimo fissato in 6 euro (sul quale
poi si potrebbe derogare utilizzando le formule giovani, scontate e
chissà cos’altro) e che deve quindi ripristinare la legalità, pena
un’ammenda che potrebbe raggiungere i 50 mila euro. Sabatini non molla e
decide di acquistare lui stesso i biglietti che poi distribuirà ai
tifosi. Ma è proprio qui che si apre un’insolita opportunità per la
Legadue. Perché il regolamento, mutuato dalla Lega maggiore, prevede un
prezzo minimo, ma non fa accenno ai massimi.
E qua, nella Città dei Canestro, di prezzi consistenti ne hanno pagati
parecchi. Perché, allora, chiedendo a Sabatini di rispettare, com’è
giusto che sia, la legalità, non si fissa anche un prezzo massimo? Non è
così anche in autostrada? C’è un minimo di velocità, ma anche un
massimo, perché diversamente…
Il cliente - tifoso, almeno dalle nostre parti, ormai è spremuto a
livelli incredibili. Per andare al palasport con la famiglia, in talune
occasioni, è necessario accendere un mutuo. Valentino Renzi, ottimo
presidente di Legadue, è una persona intelligente che vede lontano. Ecco
perché gli giriamo volentieri questo invito. Perché si faccia promotore
di un calmiere dei prezzi. Altrove, probabilmente, non se ne avverte la
ragione, ma Valentino che ora è di casa nella Città dei Canestri, sa
quanto cosa il basket. Che facciamo, presidente, raccoglie l’invito?
17-10-2003
Uno si arma delle migliori intenzioni. Poi, però, legge certe cose e
diventa difficile… Diventa difficile parlare di basket giocato, come ci
eravamo ripromessi, dopo aver letto l’ennesimo elenco di provvedimenti
disciplinari da parte della Federbasket. Pare che il problema maggiore
sia divenuto l’utilizzo di marchi di sponsorizzazione non autorizzati.
E’ questo il problema che assilla la pallacanestro italiana? Sono i
marchi che ci impediscono di avere un’esposizione televisiva di un certo
livello? Sono i marchi che impediscono ai nostri giovani di crescere?
Mah, quel che è certo che i club italiani vengono ammoniti, deplorati e
colpiti con ammende, ma un briciolo di autocritica – ricordate? C’era
stato anche un consigliere che a Superbasket aveva annunciato che
sarebbe rimasto all’interno del Consiglio federale all’uno per mille. E’
riuscito a trovare quella percentuale minima… - non guasterebbe.
E poi ci sono persino le sanzioni enigmatiche. Citiamo, per non essere
equivocati, un passaggio dell’ultimo comunicato. “Skipper Bologna per
chiarimenti inerenti le attrezzature di sicurezza, rimette gli atti
all’organo competente e si riserva gli eventuali provvedimenti
disciplinari”. Tutto chiaro? Se avete fatto fatica a capire ve lo
diciamo noi. Pare che la Federbasket contesti l’assenza di transenne al
PalaDozza per proteggere il rettangolo di gioco. O quantomeno quelle
zone che non sono delimitate dai famosi rotori.
Problema gravissimo. Tanto più grave se si pensa che, per esempio, una
squadra romana (e adesso non fate dell’ironia spicciola dicendo che ce
n’è una sola) ha disputato tutta la passata stagione in un impianto
angusto dove, nelle giornate di tutto esaurito, erano ostruite persino
le uscite di sicurezza. O pensate, per esempio, a Cantù: signora
squadra, signora società, ma costretta a giocare in un palazzetto che
del Palasport ha poco, anzi, pochissimo. Sarebbe un po’ come se Castel
Maggiore, anziché giocare al PalaMalaguti giocasse all’Euromercato.
Ma l’importante è punire chi lavora per la pallacanestro italiana. Per
gli aiuti, poi, ci sarà sempre tempo. Qua la situazione sembra
peggiorare di giorno in giorno – non nella Città dei Canestri, per
fortuna – ma a Roma sono in tutt’altre faccende affacendati. Bravi loro.
09-10-2003
Trentatré righe… di polemica
Sarebbe fin troppo facile, oggi, approfondire il discorso della polemica
a distanza tra Claudio Sabatini e Paolo Francia. O tra Paolo Francia e
Claudio Sabatini perché ora, il derby, pare essersi concentrato tra
questo confronto tra bianchi e neri (o neri e bianchi). In realtà c’è da
recuperare il tempo perduto. E il tempo perduto, in estate, ci impone di
pensare con maggiore determinazione al basket giocato. E meno al basket
“chiacchierato”. Il paradosso del primo turno è rappresentato da
Messina, la squadra, che batte Messina, l’allenatore. E dall’improvviso
calo di una squadra, la Benetton, che non riesce più a ritrovarsi. La
Benetton cerca il tris, un risultato ottenuto, negli anni Novanta, dalla
Virtus Bologna e inaugurato proprio da Messina (Ettore), che poi cedette
il testimone alla Buckler di Alberto Bucci. Per Treviso, però, ci sono i
precedenti, inquietanti sotto certi punti di vista. Già, perché Ettore,
l’allenatore più vincente dell’ultimo decennio, non è mai riuscito a
conquistare due titoli in fila. Di più: non è mai riuscito a conquistare
due finali scudetto consecutive, perché se Ettore arriva all’ultimo
atto, del campionato italiano, poi sbanca. Treviso resta la favorita
numero uno per il successo finale, non foss’altro perché Bulleri è un
tipo tosto e il gruppo, almeno lo zoccolo duro, assai rodato. Però
marchiamo molto da vicino anche il Monte Paschi Siena. Che ha molto
talento, come ne aveva un anno fa. Ma rispetto alla passata stagione c’è
anche un signor allenatore in panchina. Charlie Recalcati, per noi, per
quello che ha fatto in Svezia, ma anche nell’ultimo decennio, è uno dei
migliori allenatori che ci siano sulla piazza. E piazza del Campo,
cacciato il turco, può inseguire i suoi sogni tricolori. E pure la prima
finale scudetto tricolore. Charlie, un obiettivo del genere, l’ha
conquistato consecutivamente nelle ultime tre stagioni che ha allenato
un club. Sarà solo un caso?
Ps. Non smetteremo mai di ricordarlo. Alla Virtus è stata giustamente
revocata l’affiliazione al massimo campionato di basket. Ma né la
Federbasket né la Lega, che pure sono state inflessibili (giustamente…),
nell’eliminare i bianconeri, hanno approvato uno strumento per evitare
che un caso simile si ripeta. Che vogliano ritagliarsi un’altra estate
sulle pagine di tutti i giornali? Mah…
04-10-2003
Buon campionato a tutti. La lista dei ringraziamenti sarebbe lunga ma
l’unico grazie vero, e sincero, è per Charlie Recalcati, il coach che ci
ha regalato un bronzo che vale oro (anzi, qualcosa di più) e che è
tornato ad allenare (finalmente) in serie A. Un grazie a Charlie e alla
sua "sporca dozzina", perché hanno avuto un merito che va al di là del
podio, della qualificazione olimpica e del tiro mancino giocato a quei
presuntuosi dei francesi. Già, perché roster alla mano – noi, per
esempio, non abbiamo nessuno nella Nba – avremmo dovuto subire dalla
Francia ma, prima ancora, anche dalla Germania e dalla Grecia. Eppure ad
Atene ci andremo anche noi, grazie allo straordinario Charlie, l’ultimo
coach – lo ricordiamo a chi lo avesse dimenticato – ad aver vinto due
titoli consecutivi. E per giunta con due club diversi.
Grazie a lui perché ha riportato il basket, quello vero, quello giocato,
sulle pagine dei giornali e sulla bocca di tutti. Senza tribunali, Gran
Consigli, federali, "leghisti" e, in generale, uomini che si sono
rimangiati la parola, da un giorno all’altro. Inutile girare attorno
all’argomento: mai come questa estate il basket l’ha fatta da padrone,
ma l’ha fatto con la Virtus. Quel club che non è più affiliato, che non
pagava i giocatori da gennaio, che ha effettuato una ricapitalizzazione
con dei bond sui quali la Procura della Repubblica sta ancora indagando.
La Virtus non c’è più –ma non è fallita – perché ha violato palesemente
regolamenti e deroghe. Per non fallire, in fondo, sarebbe stato
sufficiente pagare Becirovic. Ma se Sani avesse ricevuto tutti i soldi
previsti, nei tempi stabiliti, che sarebbe accaduto agli altri
tesserati? Un mistero. Come resta un mistero il lavoro del Gran
consiglio federale e della Lega. Attenzione: non ci riferiamo al 4 o al
31 agosto, ma alla mancanza di rimedi. Il sacrificio della Virtus ha
messo a nudo il problema: non c’erano (e non ci sono) strumenti per
controllare in tempo utile i bilanci delle società, per evitare delle
voragini. Già, ma dobbiamo festeggiare il terzo posto e l’accordo con
Tim. Se poi nei prossimi mesi dovesse esserci un altro caso Virtus cosa
vuoi che sia? Nella peggiore delle ipotesi, anziché in palestra, ci
ritroveremo ancora nelle aule di un tribunale. O in via Vitorchiano, a
Roma. Che tristezza.
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